Nelle viscere di Potosi'

Inserito il 13 novembre 2008 12.26 da editor

Da un articolo di Ettore Mo sul Corriere della Sera.

In Bolivia si continua da secoli a spaccare la roccia con le mani. Masticando foglie di coca «Ho 60 anni e lavoro da 36: 8 ore al giorno per un salario mensile di 100 dollari, appena sufficienti per la mia famiglia» Il Cerro Rico è un tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi morti hanno diritto a restare anonimi per l' eternità. Sarebbe infatti impossibile dare nome e cognome a uno solo degli otto milioni di minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle gallerie o asfissiati nei pozzi durante il dominio coloniale in Sudamerica, e precisamente dal 1545 al 1825. Sulle spalle di questa folla di straccioni e morti di fame si reggeva la ricchezza della Spagna. Nessun Omero ha mai cantato questo Olocausto

 

POTOSI' (Bolivia) - Sono passate da poco le dieci quando m' infilo in una delle 520 gallerie che trafiggono il Cerro Rico (letteralmente, il colle ricco) di Potosì, dove nel Cinquecento fu scoperta la più grande miniera d' argento del mondo, che è tutt' ora attiva, anche se produce minerali meno preziosi, come stagno, piombo e zinco. Mi hanno vestito come i 4.200 minatori che ogni giorno scendono nei pozzi (cinquemila) a quasi 500 metri di profondità per «attaccare» le vene: elmetto, lampadina, casacca ruvida, stivaloni di gomma. Conciato allo stesso modo, Luigi, il fotografo, sembra un autentico minero boliviano. Luigi ha messo a punto i suoi attrezzi per documentare questa lunga passeggiata nelle viscere della terra e in un passato che ha visto alternarsi gloria, ricchezze, sciagure, massacri. Abbiamo la fortuna di avere una guida eccezionale, per la quale Potosì e la sua epopea mineraria non hanno misteri: poco più che ventenne, Elena è una ragazzina minuta e mercuriale, informatissima, che girovaga instancabilmente fra la storia e l' attualità. Nei budelli si respira a fatica e il rumore delle perforatrici che bucano le pareti per inserirvi la dinamite è assordante. Ma molti continuano a lavorare con le mani, come Don Filipe, che sta affrontando la roccia col piccone. Ha 52 anni, già 35 trascorsi sotto terra. «Per ricorrere alle macchine - spiega - bisognerebbe aver trovato una buona vena, e per essere padroni di una buona vena occorre molto denaro. Che io non ho. Perciò mi accontento di quel poco che salta fuori col lavoro manuale. Con le mie briciole d' argento guadagno dai 500 ai 600 boliviani al mese (dai 66 agli 80 dollari, ndr) che mi bastano per tirare avanti». «Ed ecco come ancora si lavora a Potosì nel 2003», dice Elena spingendoci dentro una spelonca alta poco più di un metro e mezzo affacciata sul buco nero di un pozzo. Sul fondo, alcuni uomini spaccano la roccia a picconate e una matusalemmica carrucola provvede a far salire in superficie sacchi del minerale estratto. «La sola novità rispetto ai tempi coloniali - sottolinea la guida con un sorriso amaro - è proprio la carrucola. Per oltre due secoli toccava agli stessi minatori portar sul il minerale in spalla: e lo facevano aggrappandosi a una scaletta di corda che penzolava giù dall' orlo del pozzo. Ma la maggior parte non ci riusciva. Erano ometti piccoli, deboli, denutriti. Agli ultimi gradini, i più ripiombavano nel pozzo sotto il carico, sfracellandosi. Questo è davvero un buco maledetto. Stavano ancora scavando per scendere a maggiore profondità quando, nel ' 98, i lavori furono sospesi: invece dell' argento, avevano trovato delle ossa umane». Avranno forse scoperto, in seguito, a che epoca appartenessero, ma il Cerro Rico è un tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi morti hanno diritto a restare anonimi per l' eternità. Come sarebbe infatti possibile dare nome cognome e data a uno solo degli otto milioni di minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle gallerie o asfissiati nei pozzi per quasi tre secoli del dominio coloniale in Sud America, e precisamente dal 1545 al 1825? Nessun Omero ha mai cantato questo olocausto. Ma gli storici ricordano che il viceré di Toledo fece applicare, nel 1572, la cosiddetta Lei de la Mita, una legge bestiale che obbligava gli schiavi negri e gli indigeni con più di 18 anni a lavorare nelle miniere con turni quotidiani di dodici ore. Sulle spalle di questa folla di straccioni e morti di fame era nata e si reggeva la ricchezza della Bolivia e, soprattutto, della Spagna. Le autorità coloniali e i loro lacchè li chiamavano con disprezzo i Mitayos, dal nome della legge: costretti a rimanere sotto terra per periodi di quattro mesi, all' uscita si mettevano una benda sugli occhi per non essere accecati di colpo dal bagliore della luce. Se non è leggenda, toccherebbe a un indio peruviano, certo Diego Huallpa, il merito d' aver scoperto, nel 1544, la vena d' argento occultata nel cuore roccioso del Cerro Rico, ma furono gli spagnoli, venuti a conoscenza del segreto, a sfruttar subito la scoperta e a cominciare gli scavi, nell' aprile del 1545. Comincia anche, quello stesso anno, l' ascesa di Potosì che, a 4090 metri, è la più alta città del mondo. Aumenta, di conseguenza, la popolazione: 14 mila verso la fine del ' 500, 150 mila nel 1611, 160 mila nel 1650. Alla fine del secolo XVIII è considerata la più ricca città del Sud America ed è anche più grande di Londra e di Shanghai. «Sono la ricca Potosì - stava inciso sul suo primo stemma - / Il tesoro del mondo / e l' invidia dei Re». In realtà, Potosì poteva permettersi il lusso di sognare, anche se un po' esagerava quando disse che, grazie ai suoi giacimenti, avrebbe potuto costruire un ponte tutto d' argento con due corsie dal Sud America alla Spagna. Il primo grosso carico d' argento ad essere trasferito oltreoceano risale al 1548, cioè solo tre anni dopo la scoperta di Diego Huallpa. Un cronista dell' epoca racconta di una favolosa carovana di 2 mila lama e millecento uomini (cento ufficiali spagnoli e mille schiavi indigeni) che trasporta 7779 lingotti del prezioso metallo attraverso l' Altipiano andino e il lago Titicaca fino alle coste del Pacifico: una camminata durata sei mesi. E quando il vascello attraccò finalmente ai porti dell' Andalusia, ci furono scene di giubilo e d' esultanza quasi isteriche. Ma ad attenuare, se non a spegnere, l' entusiasmo degli spagnoli per un commercio così lucroso, destinato soprattutto a finanziare le stravaganze della monarchia e dell' aristocrazia iberiche, arrivò, oltre un secolo dopo, il messaggio dell' allora viceré del Perù, Don Pedro Fernandez de Castro, che diceva testualmente: «Non c' è nessuna nazione tanto stremata come quella di Potosì. Non è argento ciò che si esporta in Spagna, si esporta piuttosto il sudore e il sangue degli indigeni». Ma il tempo delle vacche grasse ha un suo limite e questo limite coincide fatalmente con l' inizio, nel 1810, della Guerra d' Indipendenza che durerà quindici anni. Alla fine di quel conflitto, Potosì è un villaggio con poco più (o poco meno) di 9 mila abitanti. I grandi giacimenti di metallo prezioso che due secoli prima sembravano inesauribili stavano ora agonizzando, vittime di uno sfruttamento irrazionale, vorace, suicida e la caduta dei prezzi dell' argento stava dando il colpo di grazia alla città «più ricca» del continente sudamericano. Tuttavia, non è possibile sottrarsi al potere di seduzione che essa continua ad esercitare sul mondo e sulla Storia, anche se vestita di stracci, e non sorprende perciò nessuno se il 26 ottobre del 1825, Simon Bolivar «el Libertador» decide di salire in vetta al Cerro Rico (4824 metri) per rendere omaggio all' indipendenza della Bolivia e far sventolare, al tempo stesso, le bandiere dei Paesi latino-americani che ha da poco liberato, con le armi, dagli spagnoli. Suona la banda. Poeti e poetesse fanno a gara per sedurlo con versi smaglianti, come quelli della señora Maria Costas, gran bellezza dell' aristocrazia potesina, che gli dà il benvenuto chiamandolo «viaggiatore celeste» e che el Libertador mostra di apprezzare. È noto a tutti, infatti, che egli amasse le armi, la poesie e le donne, ma nessuno ha mai saputo se in uguale misura. Che la grande «era dell' argento» stesse per chiudersi verso la metà del XIX secolo era una scomoda, inevitabile realtà cui bisognava rassegnarsi, stoicamente. Ma le miniere di Potosì erano ancora gravide di altri minerali (meno preziosi) che avrebbero consentito alla Regione di sopravvivere economicamente e ai minatori di non cambiar lavoro. Tuttavia, gironzolando per le strade e ficcando il naso nei pub, ho avvertito la stessa sensazione di pena e disagio collettivo che negli anni Sessanta avevo provato nel Galles mentre stavano per sigillare i «pits» e decretare la morte di tutte le miniere di carbone. Solo che, avendo bellissime voci, quei poveri disoccupati gallesi piangevano la loro sorte cantando in coro altrettanto bellissime canzoni. Magia della musica. Ammazziamo la nostalgia, è il suggerimento di un poeta-filosofo boliviano, dimentichiamo l' argento e i secoli d' oro. Questa è l' «era dello stagno», come ci sono state e ci saranno in futuro l' «era del rame» e «dello zinco». Come nel Galles, lavorare in miniera è una tradizione di famiglia. Diamo un passaggio in macchina a un ragazzo di 15 anni - Herman - fermo sul marciapiede, in attesa del «mezzo» (un bus, un camion) che lo porti alla miniera di Pailaviri, la più vecchia e importante del Cerro Rico, a quota 4200. «Ho cominciato un anno fa - racconta -, lavoro accanto a mio padre, sulla stessa "vena". Lui trivella la roccia, io porto fuori il minerale su una carriola che viene minuziosamente esaminato e selezionato, pietra per pietra». Dopo la Pailaviri, le miniere più visitate dai turisti (perché più sicure ed accessibili) hanno nomi mistici, Candelaria o Rosario, Santa Rita o Santa Rosa... Come Herman, anche Primo - 16 anni - fa il «trasportatore» ed eccolo uscire dall' imbuco di una delle... sante miniere, la carriola piena di minerale cosiddetto «complejo» perché vi si trovano mescolate venature di stagno, zinco, rame, argento. «Questi ragazzi delle carriole - spiega la nostra guida - sono chiamati assistenti e lavorano alle dipendenze di un "capo" che certo non ha studiato meteorologia all' Università ma ha imparato il mestiere dal padre e dal nonno. La media, per questi assistenti imberbi, è di 80 carriole al giorno, 60 chili per carriola. Un gran bel mazzo, se si pensa che devono anche portare in superficie il materiale scavato in fondo ai pozzi». Verso la metà del secolo scorso, precisamente il 9 aprile del ' 52, una rivoluzione incruenta provocò profonde trasformazioni strutturali nell' industria estrattiva fino a porre le miniere di Potosì sotto il controllo dello Stato. Oggi, gran parte dell' attività mineraria è gestita da cooperative di minatori che lavorano in proprio e devono perciò sgobbare parecchio per far quadrare il bilancio famigliare. «Ho 60 anni e trabajo alla Pailaviri da 36 - si sfoga Julian Gomez, affetto come tanti altri da silicosi -: 8 ore al giorno, per un salario mensile di 750 bolivianos (100 dollari, ndr). Appena sufficienti per me e per la mia famiglia, tre maschi e una femmina. Ma alla fine di quest' anno sbaracco e chiudo. Vado in pensione a godermi quel poco di vita che mi resta». Una decisione più che legittima. Se ho ben capito, un minatore può mettersi a riposo quando abbia perso, a causa della silicosi, il 50 per cento delle proprie «capacità polmonari». Ma la pensione per gli inabili, se i dati che ho sottomano sono aggiornati, è una ben misera cosa dopo anni e anni a 300/400 metri di profondità e con temperature a volte asfissianti di 45/50 gradi centigradi. Resto perciò di sasso quando, all' imbocco della miniera di Santa Rita, quattro giovani minatori - ciascuno con già tre anni di sottosuolo alle spalle - affermano con serafico candore che non intendono affatto cambiare lavoro e che gli piace quella vita spesa a raschiare al buio misteriose pareti impregnate d' oro, d' argento o platino o anche di metalli meno scintillanti e nobili. E la silicosi, che colpisce inesorabile dopo dieci anni di soggiorno nelle viscere della terra? Nessuna risposta dai quattro, che si son già messi l' elmetto con la lampadina e rischiano un sorriso. Ma bastano pochi giorni di «villeggiatura» a Potosì per rendersi conto che l' aggiornamento del sistema di lavoro introdotto dalle Cooperative non ha provocato cambiamenti sostanziali nelle condizioni di vita dei minatori: «Siamo rimasti topi di fogna - riflette rassegnato El Oscar, 30 anni alla Rosario Bajo -: nè più nè meno dei nostri antenati del periodo coloniale». Esagerato? I minatori hanno un loro mercato dove fanno acquisti di ogni genere: pietre di acetilene, dinamite, sigarette, sacchetti di foglie di coca. Il quartiere, nella parte indigena della città dove si parla quechua (l' altra è quella coloniale, spagnola), si chiama Il Calvario, perché c' è una chiesetta con lo stesso nome, dove illo tempore i missionari costringevano gli indios a convertirsi. «Nessuno regala niente al minatore - precisa Elena girando tra le bancarelle -: deve comprarsi tutto quanto gli occorre per il suo lavoro: tanti boliviani per la dinamite, per il carburo, per la coca, per gli stivali eccetera...». Tutto il lavoro viene fatto a mano, con l' ausilio di esplosivi e attrezzi primitivi e obsoleti acquistati al Calvario. Ma per i minatori non c' è nulla di più indispensabile delle foglie di coca: «Che per loro - avverte la guida - non è droga. È la sostanza che li nutre e li rinvigorisce e gli permette di affrontare la fatica e la situazione di estremo disagio dei pozzi, dove circolano gas e agenti chimici nocivi e il caldo è spesso insopportabile. La mattina, prima di andare al lavoro, li vedi seduti a masticare coca per un paio d' ore. Se li guardi, puoi notare che hanno una guancia gonfia: lì sotto c' è la "pallottola" verde di coca che vi hanno spinto con la lingua e che provvederà ad "alimentarli" per l' intera durata del turno». Le donne non sono assenti in questo desolato universo maschile, anche se collocate ai margini. Le tradizioni religiose locali hanno sempre sconsigliato la loro presenza nel sottosuolo, perché invisa alla Pachmama, la Madre Terra, e porterebbe «sfortuna». Le vedi a decine sul Cerro Rico, sedute a spaccare con un martello migliaia di pietre, nella speranza di recuperare qualche granello di minerale da vendere al mercato. Sono per la maggior parte vedove di minatori, come Carapita Orcu, 53 anni e quattro figli, che da mane a sera frantuma a martellate quintali di rocce. Quanto guadagna?, le chiedo. «Una sopa por los niños», risponde, una minestra per i bambini. Le chiamano Pailaviri, queste spaccapietre scure di pelle, che pure hanno avuto un ruolo molto importante nel processo di socializzazione del Paese. Come i loro uomini masticano la foglia e di tanto in tanto si concedono una sorsata del peggior liquore in circolazione sulle Ande. Ma il vecchio cronista ricorda che nel ' 32, durante la Guerra del Choco con l' Uruguay, le miniere di Potosì avrebbero chiuso se non fossero state loro, le donne, a scendere nei pozzi. L' ultimo giorno, seguendo le esortazioni di Elena che, nell' attuazione del programma, non concede mai un respiro ai suoi «clienti», ho fatto la conoscenza di un grande personaggio del folclore locale: el Supay, il diavolo, che i minatori chiamano affettuosamente Tio, cioè zio. Poiché l' ambiente dove lavorano ha qualche somiglianza con l' inferno, i «mineros» di Potosì sono convinti che il demonio in persona sia il vero, unico proprietario dei minerali che estraggono e fanno esplodere. Bisogna quindi tenerselo buono. La sua statua è in ogni miniera del Cerro: quella che vedo io è di un diavolo seduto e panciuto, gli occhi neri diabolici, i baffi, il pizzo e un membro di tutto rispetto in superba erezione. Durante la cerimonia, i minatori lo addobbano di coriandoli, gli infilano in bocca sigarette accese, gli spruzzano addosso alcool purissimo dopo aver brindato agli inferi. E infine, soprattutto, lo pregano in coro, anzi lo implorano: caro caro Zio, gridano insieme, noi ti abbiamo irrorato di alcool puro e ora anche tu, Zio zietto padrone dell' inferno, facci trovare la vena più pura, il più puro degli argenti. Non come l' altra volta che... Lo Zio sta fumando e ho l' impressione che pensi ad altro.


Bolivia, Salar de Uyuni e il litio

Inserito il 13 novembre 2008 09.04 da editor

Qualcuno di noi ha avuto la fortuna di visitare questo luogo incantato.

Il Salar de Uyuni è un enorme deserto di sale che, con i suoi 12.000 km², è la più grande distesa salata del mondo. È situato nei dipartimenti di Potosí e di Oruro, nei pressi della città di Uyuni, nell'altopiano andino meridionale della Bolivia, a 3.650 metri di quota.

Si stima che il Salar de Uyuni contenga 10 miliardi di tonnellate di sale di cui meno di 25.000 tonnellate vengono estratte annualmente. È formato approssimativamente da 11 strati con spessori che variano tra i 2 e 10 metri, lo strato superficiale ha un spessore di 10 metri. Rappresenta un terzo delle riserve di Litio del pianeta e importanti quantità di Potassio, Boro e Magnesio.

Sul Corriere della sera c'è questo interessante articolo sulla corsa allo sfruttamento del Litio.

http://www.corriere.it/economia/08_novembre_12/litio_auto_elettriche_df44e39c-b0b2-11dd-939a-00144f02aabc.shtml


Una famiglia in Bolivia

Inserito il 24 ottobre 2008 22.57 da editor
Ciao, siamo Roberto, Grissel (la moglie), Maria (la figlia)e Emanuele (il figlio),proveremo a scrivere due righe sulla nostra esperienzaa Melga nell’anno 2005-2006, esperienza bella e

“sconvolgente”.

 

Siamo partiti con tanti ideali in tasca, tanta voglia di fare,scoprire, aiutare e chi più ne ha più ne metta. Come tantiche si mettono in cammino (forse), per strada questo“troppo” inizia a pesare nello zaino e affaticare. Poi ledifficoltà, i ladri (le difficoltà) che ti rubano lo zaino edecco che ti ritrovi “per terra” senza un soldo in tasca.

Ecco allora che finalmente inizia il cuore del cammino,dove ci si mette davvero in dicussione.Ma vediamo di chiarire quest’immagine forte e moltoparticolare.Riprendendo dall’inizio, quando siamo arrivati l’impatto èstato di una realtà molto diversa da quela di Bergamo.Vivevamo in una casa vicino al santuario di Melga che sitrova a 31 km da Cochabamba sulla strada nuova cheporta al Chapare (Tropico) e Santa Cruz (città dove sorgonole principali industrie boliviane e dalla quale arrivala frutta tropicale come le banane, l’ananas, la papaya,cacao, caffè...). Melga si trova a 3000 m. Dopo la mortedel missionario Berto Nicoli di Bergamo che lavorava quic'è un prete boliviano. Vicino a noi abitavano le suoreche dirigono la scuola di Melga, 2 boliviane e una brasiliana.La scuola comprende il Kinder (corrisponde al nostroultimo anno di scuola materna), "el primer ciclo, elsecundo ciclo, el tercer ciclo" (le nostre elementari emedie) e la "secundaria" (nostre superiori, che però finisconoai 18 anni, cioè un anno prima di noi). In tutto erano853 gli alunni, ma il numero cresce di anno in anno.In teoria i primi otto anni sono obbligatori, di fatto non ècosì (la gente spesso non sa neppure che esista questalegge). Qui vivono dei prodotti della terra: patate, mais,cipolle, fave,... I loro campi divengono ad ogni passaggiogenerazionale (eredità) sempre più piccoli, visto chei figli sono molti.

Così da un po' di tempo gli uomini hannoiniziato ad andare a lavorare al Chapare. Le mogli,per non perdere il marito, lo seguono lasciando i figli acasa soli per tutta la settimana o settimane o mesi.interi!Se la moglie non lo segue, è praticamente sicuro che luitrovi un'altra compagna dalla quale avrà figli, abbandonandoin ogni senso la precedente famiglia. Inoltre perdereil marito vuol dire non avere abbastanza entrateper potere sfamare i figli numerosi. Altri vanno in Argentina,ben pochi in Europa. I figli più piccoli vengono lasciatialle cure dei più grandi di 15/16 anni; oppure stannocon una zia o la nonna e il nonno. Appena la scuolafinisce, cioè alla fine di Novembre, quasi tutti gli abitantidi Melga andranno al tropico e torneranno per l'inizio delnuovo anno scolastico, alla fine di gennaio circa. I bambinie i ragazzi sono lasciati molto a sé; non sono seguitinei compiti; non esistono punti di ritrovo ad eccezionedelle “chicherie” dove si beve la chicha con aggiunta dialcol. Solo un paio di mesi prima di quando eravamoarrivati, un ragazzo di 15 anni era morto in una rissa inuna “chicheria”. Molti fabbricano droga e ultimamentecercano soprattutto giovani. Il papà di un bambino è incarcere per questo e il prezzo per scarcerarlo si aggiraai 4000/5000 dollari. Nelle carceri non ci sono divisioni:minorenni e maggiorenni sono insiemi a persone chehanno commesso omicidi, furti, atti di pedofilia,... quivige il sopruso del più forte sul più debole. Ne segue cheil minorenne che finisce dentro per aver fatto il “palo”nella produzione di cocaina, subirà ogni sopruso e abuso(anche sessuale), la sua vita verrà spezzata.Allora la scuola e i gruppi di catechismo divengono ilprincipale e quasi unico attore dell'educazione. In questocontesto le suore (una è direttrice della scuola) hannocostruito una biblioteca con una saletta per i più piccoli,utile oltre che per la consultazione di libri, per svolgerei compiti (dato che non dispongono assolutamentedi nessun libro nella casa) anche come punto d'incontrosia in generale che con incontri o laboratori. Infatti nonesiste uno spazio fisico per le attività extrascolastichecome quelle di Winaypacha, l'organizzazione che mi haseguito (Roberto) nel mio tirocinio di psicologia e che sioccupa di prevenzione e seguimento di casi di bambini eadolescenti soprattutto riguardo violenza intrafamiliare eabuso. In seguito sognano di trovare fondi per la ricostruzionedella scuola che è molto vecchia e degradata(una parete è crollata e con l'aiuto dei padri degli alunniè stata ricostruita.

Ci sono solo quattro bagni per le femminedi cui solo due funzionanti e altrettanti per i maschiper tutti gli 850 alunni!). Allora nel nostro lavoro abbiamopuntato soprattutto alla formazione, con gli adolescenti,con i bambini del Kinder, con i gruppi di madri, con gliinsegnanti,... con tutta la buona volontà accennataall’inizio.Potete capire che ciò che ci ha colpito di più è stata lepovertà: case di fango e paglia, bimbi con un solo vestitonon sufficiente a coprirli dal freddo, genitori che nonconoscono la medicina e non portano i figli ne vannoloro dal dottore o lo fanno quando ormai non c’è più nullada fare, minestre fatte di “acqua colorata” troppo povere,...Le mamme un po’ per ignoranza, un po’ per ladurezza della vita, non parlano né danno un nome albambino prima dei due anni. Dobbiamo aggiungere allapovertà, la miseria del consumismo: televisione, internet,cellulari, mode,... hanno rotto i valori tradizionali,quali la solidarietà, l’aiuto reciproco, la famiglia, l’uomoprotettore della famiglia, la donna presenza che scaldala casa, la religiosità, il sentirsi piccoli e figli di Qualcunodi più grande,...Cos’è “davvero” giusto, cosa sbagliato?Poi siamo andati in crisi noi, noi come persone singole,noi come coppia, come famiglia. La casa costruita sullasabbia si è “sciolta” a poco a poco. Allora devi ripartireda zero e non è facile. Anche i più alti ideali si dissolvonoal vento della vita...

Gli ideali possono a volte renderepiù difficile il sentrisi piccoli.Allora l’Unico che ti può salvare è cercare e Accogliere l’Amoredel Padre Buono che è nei Cieli. Farsi piccoli e imparare daiPiccoli del mondo, tra cui i poveri, gli emarginati, i diseredati, icosidetti peccatori,... e vederli nostri maestri di umiltà.Qui a Bergamo l’interesse per l’educazione è lievitata incredibilmente:ogni giorno mille servizi per il sociale, molto volontariato,...eppure sempre molte difficoltà. Anoressia, bulimia, stupefacenti,morti del sabato sera, il buttarsi via in generale, le famigliesi dividono,... Eppure anche tutte queste povertà, magaridiverse da Melga ma pur sempre povertà solo messe nelle manidel Signore, dell’unico al Centro, al centro della Croce, sitrasformano in vita. Nessuno cambia il mondo, niente c’è dinuovo al mondo, se non il nostro quotidiano rimettere nelle manodi Dio tutto. Poi sarà Lui a cambiare ciò che deve cambiareo meno, dentro e fuori di noi senza che noi ce ne accorgiamo...Roberto, Grissel, Maria, Emanuele

Una famiglia in Bolivia


Esperienza estiva in Bolivia

Inserito il 24 ottobre 2008 22.49 da editor

Scrivere qualche riga sul mese in Bolivia? Pensieri, ricordi, emozioni, eccoli che si fanno largoper venire a galla contemporaneamente lasciandomi senza fiato. Credo che il modo migliore per iniziare sia fare un piccolo passo indietro, prima della partenza.

Mi hanno proposto questo viaggio verso la fine dell'inverno scorso e, forse con sorpresa più mia che di altri, ho risposto quasi subito di si, realizzando in seguito che non avrei trascorso il classico mese al mare in completo relax con la sola preoccupazione di mangiare carote per una bella abbronzatura!Sono seguiti gli incontri per la programmazione del mese. I miei compagni di viaggio hanno iniziato da lì a far parte della mia vita, in punta di piedi, senza forzature, aspettando che il tempo svolgesse il compito di farci conoscere davvero per quello che ognuno di noi era.Mi sarei trovata bene? Mi sarei sentita parte del gruppo? Erano alcuni dei timori che iniziavo a sentire intorno alla partenza, forse perché i mesi passavano e quel  24 luglio si faceva sempre più vicino. Preoccupazioni che si sono rivelate infondate, sono partita con persone che considerano il rispetto, l'ascolto, la semplicità,  la dolce complicità ed una buona dose di comicità le basi per costruire amicizie; quelle che così sono nate e per le quali sono così grata a Chiara, Silvia, Paoletta,Patrizia, Diego, Luca, Federica, Chiara, Simone, Stefano, Diego, Giovanni, Giuseppe e a don Sandro.

Solo in questo istante capisco che è impossibile scindere un prima e dopo. Tutto ormai è influenzato dall'esperienza  che si è vissuta e i pensieri che mi accompagnavano prima del viaggio ora sono visti con occhi diversi... il famoso "senno di poi".Dopo quasi due giorni tra sali e scendi da aerei, accampamenti di fortuna in aeroporti e continui spostamenti delle lancette dell'orologio siamo arrivati a Cochabamba, dove, nonostante la tarda ora c'erano Don Matteo e Luciano ad aspettarci a braccia aperte come se ci conoscessero da sempre e quello fosse un semplice ritrovo di vecchi amici. E' stato un calore che ci ha accompagnato per tutto il mese e che sentivamo nonostante i molti spostamenti, sapevamo che in Bolivia avevamo casa, la Ciudad dove è stato splendido ritornare, dopo ogni piccola o grande escursione. Prima di partire si era deciso che a gruppetti di due o tre avremmo vissuto più concretamente le realtà che operano in terra boliviana. Alcuni avrebbero condiviso il loro tempo con Danilo Gotti nella sua casa per ragazzi e adulti diversamente abili, un gruppetto è stato in parrocchia da padre Sergio, altri, sarebbero stati nel Chapare, chi alla Ciudad e chi in parrocchia da Padre Mauro. Federica, Luca ed io siamo stati ospiti del dott. Pietro Gamba. I cinque giorni passati ad Anzaldo sono stati, non sono ancora tutt'ora riuscita a capire come, lunghissimi ma allo stesso tempo passati in un soffio.Sembra un gioco di parole, ma sembrava che il tempo avesse perso una sua dimensione propria. Ero cosciente di essere lì da poche ore, ma sentivo il posto famigliare, le giornate erano così dense di sensazioni che sembrava, giunta la sera, di averne vissute molte in una. Pareva avessimo pranzato da mezz'ora ed ecco che Pietro chiamava per il rito del thè, due parole, il caramello sui cracker, il confronto, il condividere il tempo ed il proprio vissuto con chi per qualche giorno avrebbe percorso con me un pò di cammino. Poi via, nuovamente alle proprie attività. Per quanto mi riguardatornavo in ospedale dove mi aspettava la dolce compagnia di un piccolo paziente alla quale si è aggiunta anche quella degli altri che, anche se adulti, prendevano parte ai nostri giochi. Anche Federica si univa a noi dopo il suo lavoro, ammenso, per rimettere ordine in un piccolo tagliere.

Tutti i visi che abbiamo incrociato, anche se solo per qualche minuto, hanno contribuito a rendere straordinaria la nostra permanenza ad Anzaldo. Come non parlare del disarmante entusiasmo di Cono, della simpatia di Antoine, di Macchi, la straordinaria moglie di Pietro, la piccola Norma, i pazienti...Ognuno di loro ha lasciato in me, e credo di poter parlare anche per Federica e Luca, un ricordo indelebile.

 

Al ritorno da Anzaldo il mese è continuato con tutto il resto del gruppo, tra organizzare e riorganizzare i vari spostamenti cercando di sfruttare ogni minuto per riuscire a godersi ogni piccolo particolare al meglio. Siamo inoltre tornati, questa volta al completo, a far visita a chi ci aveva ospitato nei giorni di esperienza individuale. E' stato toccante vedere che anche gli altri provavanonel tornare, chi nel Chapare, chi da Danilo e chi da Padre Sergio, un senso di appartenenza; come se quel posto fosse un po’ anche loro ed ora con generosità lo si condivideva tutti insieme. Insomma, un mese in Bolivia...quante cose non hanno trovato spazio in queste poche righe, trenta giorni

sono più che sufficienti per innamorarsi di questa terra, trasformando il rientro a casa da un addio ad un arrivederci.