È COME DARE L'ASPIRINA
A UN MALATO TERMINALE

I soldi per la spesa finiscono a metà mese. L'autonomia della busta
paga scade, invece, alla fine della terza settimana per più di sei
milioni di famiglie. Sono i dati allarmanti di un sondaggio
Confesercenti-Swg.

La manovra finanziaria che dovrebbe rilanciare l'Italia, approvata in
dieci minuti dal Consiglio dei ministri, riserva pochi spiccioli a
famiglie e imprese. E soltanto per "una volta". «I soldi non si
buttano mai via», ha detto Bersani. «Ma ci sono modi meno disgustosi
di darli». Così, dopo solenni proclami, la montagna ha partorito un
topolino. Siamo all'obolo di Stato. «Misura debole», ha detto
Casini, «che vuole accontentare tutti, senza riuscirci». Demagogia,
più che l'inizio d'una politica familiare seria.

È un tampone: come dare l'aspirina a un malato terminale. Servirà a
poco, non farà ripartire i consumi, né ridurrà quella fascia di
famiglie che non arriva a metà mese. La borsa, quella vera, quella
colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno
di soldi freschi per i loro affari. La difesa dei risparmiatori è
solo un alibi, perché oggi, in Italia, le famiglie non hanno più
nulla da risparmiare. E per vivere si indebitano. Per non parlare di
chi la spesa la fa tra gli avanzi del mercato o nei cassonetti.

L'elemosina di Stato non modifica d'una virgola la distribuzione del
reddito, non lo sostiene, non crea nuovi posti di lavoro. Le grandi
opere, finanziate con 16 milioni di euro, sono un libro dei sogni,
che nessuno ha aperto (gli esperti hanno pure bocciato il ponte di
Messina: troppo caro e pericoloso). La manovra è insufficiente, ci
voleva più coraggio, soprattutto a sostegno delle famiglie,
cenerentole d'Italia.

Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del
pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso.
Almeno, era più sincero. Si tratta di poco più d'un euro al giorno a
famiglia. Impresa degna del "cesarismo" populista, che ha trasformato
i diritti in elemosine, come s'addice a sudditi più che a cittadini.
È un certificato di povertà, che «emana aria di depressione e
richiama la "tessera annonaria" dei tempi di guerra», come ha scritto
Gramellini su La Stampa. Si mette alla gogna chi la riceve: è
anonima, ma va esibita negli uffici o al supermercato. C'è da
vergognarsi, mentre non ha pudore chi si "abbuffa" di soldi pubblici:
i partiti italiani sono i più cari d'Europa.

E poi, non è detto che ci siano i soldi per finanziare la social
card. Nella lettera inviata a chi ne ha diritto (ma quanta burocrazia
per due soldi!), si legge: «Gentile signora/e… sarà ricaricata sulla
base dei finanziamenti via via disponibili». È l'ultima beffa. Per
ora ci sono, certi, 170 milioni di euro, ne servono 450. Tremonti
dice che userà i "conti dormienti" e le multe dell'Antitrust. Ma quei
soldi li aveva già promessi alle vittime del crack Parmalat e Cirio.

La social card è meno di quanto la gente ruba per fame nei
supermercati. Le quantità di pane, pasta, tonno che saltano le casse,
sono aumentate nell'ultimo anno del 16 per cento, per un valore pari
a 500 milioni di euro (dati Cia, Confederazione italiana
agricoltori). Gli spiccioli di Tremonti non ripagano neppure
il "furto per fame". Andranno a un milione e 300 mila famiglie. Ma
quelle che non mangiano un pasto normale tutti i giorni sono 7
milioni e mezzo (dati Istat). Chi ha 800 euro di pensione è escluso.

La parola magica è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non
deve farla lo Stato.


Nella sporta del Natale il dono della fede

Inserito il 20 dicembre 2007 10.54 da editor

Se dovessi tirare le reti in barca e dovessi fare la cernita dei valori che ho raccolto gratuitamente nella mia vita direi che metterei a salvo subito il dono della spiritualitá intesa come il dare senso e valore a tutto quello che accade in me, attorno a me e in sinergia con le persone con cui tutti i giorni sono in rapporto. Il Dio della vita non puó dare che risposte positive, di spinte in avanti, di energie che superano quelle fisiche, di ritrovare quello che pensavamo perso, tutto questo transitando in un contesto avverso fatto di paure, di tentennamenti, di indifferenza e di vuoto.

L’altro regalo che metto nella cesta con molta cura sarebbe quello di stare nella storia con l’atteggiamento di disponibilitá a partire sempre, di mettersi nelle contraddizioni non con rassegnazione ma con la coscienza di assumere e rispondere all’ora di Dio che suona ininterrottamente dal campanile delle nostra coscienza collettiva.

Entrare nella storia con l’atteggiamento dell’ortolano che tutti i giorni vanga la terra, che mette concime alle situazioni quotidiane perché questo concime anche se incomodo, anche se ci lascia addosso un odore che a volte ripulsa chi ci sta accanto, alla fine é quello che introduce speranza e forza ai semi che gettiamo con cura nella casa, nel paese, nel lavoro, nel bar in compagnia. Entrare nella storia con l’atteggiamento di chi guarda il cielo e interpeta le nuvole, la luna, il vento, mio nonno diceva … se sento il fischio del treno vuol dire che l’aria umida arriva giú dai colli bergamaschi e quindi porta pioggia) Leggere la storia che ci inzuppa e ci inumidice di sentimenti, di sensazioni e di passioni é importante non per aprire l’ombrello e restarne al margine ma respirare le tensioni che si danno per prepararsi a affrontare con tenacia e fedeltá il passaggio di Dio che viene a vivere sotto la nostra tenda.

Con l’atteggiamento di colui che deve fare delle potature, deve togliere e sparire un pó il fogliame altrimenti tutto cresce piccolo e perde di sapore. Quindi togliere i fiori agli zucchini o nuovi germogli ai pomodori non si fa per uccidere la pianta ma per dare qualitá al nostro intervento. Non posso io dire a mia moglie ti voglio bene e poi il giorno seguente andare a cercare scappatoie con un’ altra donna. Non posso dire a Dio “ sia fatta la tua volotá” e poi ho tutto programmato perché le cose vadano sempre e solo come io ho detto e voglio. Non posso nemmeno depositare 5 euro nella busta della parrocchia e poi parlare male dell’immigrante che é presente nel mio paese .

Le potature nella nostra vita sono fondamentali per dare qualitá e spessore a quello che siamo e facciamo. L’ortolano é anche quello che raccoglie, che deposita con orgoglio il raccolto che la stagione gli ha regalato e dove lui é stato uno degli artefici delle succose melanzane prodotte.

Quando vedi che tua figlia é stata promossa e con buoni voti anche tu ti senti complice del successo. Quando i fatti dimostrano che quel ragazzo che aveva problema con la droga e adesso sta lavorando, ha trovato la morosa e ha messo la testa a posto anche tu ti senti parte del successo personale e collettivo di tutto una strategia pedagogica vero?

L’essere nella storia peró, e questo é l’altro pesce grosso che metto da parte, ha una connotazione speciale che non tutti capiamo ne vogliamo capirne. La storia si costruisce dal basso, dalla periferia, da chi é piú lontano dal centro e dalla logica del successo.

Entrate a far parte della festa voi perché …”ero in carcere, forestiero, nudo, ammalato, assetato, o anche nell’ospedale con una malattia terminale, in una casa famiglia perché i miei genitori si sono separati e mi hanno mollato per la strada, o evitato da tutti e tutte perché ha un difetto fisico, non so parlare bene, dipendo da una carrozzella, o schivato per il fatto che ho la pelle un pò scura e parlo male l’italiano e sono sempre nell’angoscia di essere guardato a vista con sospetto, con le telecamere e come un intruso che viene a togliere lavoro agli italiani … e vi siete interessati di me dandomi accoglienza e solidarietà”.

Sí, io credo che la messa che celebriamo la domenica ha senso solo se dallo stato cristallino passiamo allo stato liquido, se superiamo quel senso di purezza, di incontaminazione, di mantenerci “in scatola sigillata” e scioglierci nell’acqua anche sporca della storia e della vita quotidiana dando sapore a quello che siamo e facciamo.

 L’altro grosso regalo che metto da parte e metto in vista in un posto privilegiato é quello della paternitá e della maternitá.

I figli ricevuti sono regalo preziosissimo. Io e Bertha assieme al Dio della vita siamo coautori della creazione all’interno della strategia della “culminazione delle cose” del successo della vita.

Credo che non esiste una espressione piú sbagliata che quella di dire “Perché mettere al mondo figli se devono soffrire tanto, o vedano queste cose, o destinati a morire nel non senso della vita”. Credo che questo é paragonabile a una bestemmia perché nega l’essenza di Dio. Io credo il contrario, Dio con la sua visita da noi, con il suo esempio, messaggio e compito da fare qui su questa terra, con la sua risurrezione, ci ha segnalato invece un’altra strada. Questa storia, questa vita collettiva e personale, questo pianeta terra, dobbiamo condurli a orizzonti e porti dove la persona si senta bene, dove tutti possono mangiare a sazietá, divertirsi sanamente, realizzare i loro sogni, cambiare la politica, in bene e patrimonio collettivo, dove le leggi sono rispettate, dove il sapere é proprietá di tutti, dove le decisioni si prendono assieme e si rispettano, dove l’aria é pulita e profumata, dove il colibrí non scappa perché minacciato da qualcuno, dove diamo e rispettiamo i diritti dei pesci e delle piante.

Questo non lo puó fare una legge, o una poltica pubblica o le raccomandazioni delle Nazioni Unite, questo lo facciamo noi in comunitá, con la complicitá di chi ha bevuto il nostro latte, é stato nelle nostre braccia con la fiducia di essere amato e protetto, questo lo fa chi é passato per esperienze di accoglienza, di sentirsi figlio e fratello, ha respirato quella corrente di positivitá che ha acceso l’ottimismo, la voglia di vivere, la determinazione di cambiare lo sporco in pulito, l’urlo in carezza, lo sbaglio in perdono, il subito in pazienza, Ti ricordi di quel papá che quando é andato all’incontro del figlio non é andato con il cinturone fra le mani o con la fattura del valore delle cose che gli avava dato quando se n’era andato, ma con le braccia aperte, con l’atteggiamento di non ascoltare nemmeno le scuse del figlio, sicuro solo di ristabilire il rapporto rotto, tutto sfocia nel fare festa, si uccidere il vitello grasso perché il ritornare nella famiglia é il bene maggiore che fa dimenticare il passato, é la base per ricominciare il nuovo.

E noi invece siamo come quel fratello che vorrebbe proporre la frantumazione della famiglia, non vogliamo entrare a partecipare dell’ utopia della comunitá, della bellezza del vivere insieme in comunione, facciamo prevalere il diritto e no l’essenza del senso di stare assieme sotto lo stresso tetto, sotto lo stesso progetto e strategia di vita.

La famiglia, oggi troppo calpestata e svalutata, é il luogo dell’incontro, della condivisione della festa, del destino di quello che sará la nostra eternitá assieme al Padre nostro.

IL gruppo Bergamo in Bolivia mi ha aiutato a capire e viviere queste esperienze, ha vissuto e scolpito nella storia della chiesa locale e della chiesa bergamasca questa voglia di portare vita e voglia di vita abbondante nelle varie realtá che ha percorso. Ha fatto scelte coraggiose proprio per la coscienza collettiva del regalo della fede (Fidei donum) che ha tradotto in caritatis donum, (dono della caritá) nella politica, nell’azione sociale, nella pastorale, nella scelta della periferia, nella lettura dell’Ora di Dio in questo contesto e in questo tempo.

Siamo prossimi al Natale, non c’é altro da fare che ringraziare, non solo con quel grazie accompagnato da una bottiglia o da un panettone sotto l’albero illuminato con gli auguri sonsueti, ma il grazie che dobbiamo dare a Dio che é venuto a abitare in mezzo a noi e a portarci nella sporta del Natale il dono della fede che si é tradotta in solidarietá e in annuncio di vita a partire da chi vive fuori di Betlemme.

Ciao a tutti

Riccardo Giavarini