Da un articolo di Ettore Mo sul Corriere della Sera.
In Bolivia si
continua da secoli a spaccare la roccia con le mani. Masticando foglie
di coca «Ho 60 anni e lavoro da 36: 8 ore al giorno per un salario
mensile di 100 dollari, appena sufficienti per la mia famiglia» Il
Cerro Rico è un tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi
morti hanno diritto a restare anonimi per l' eternità. Sarebbe infatti
impossibile dare nome e cognome a uno solo degli otto milioni di
minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle
gallerie o asfissiati nei pozzi durante il dominio coloniale in
Sudamerica, e precisamente dal 1545 al 1825. Sulle spalle di questa
folla di straccioni e morti di fame si reggeva la ricchezza della
Spagna. Nessun Omero ha mai cantato questo Olocausto
POTOSI' (Bolivia) - Sono passate da poco le dieci quando m' infilo
in una delle 520 gallerie che trafiggono il Cerro Rico (letteralmente,
il colle ricco) di Potosì, dove nel Cinquecento fu scoperta la più
grande miniera d' argento del mondo, che è tutt' ora attiva, anche se
produce minerali meno preziosi, come stagno, piombo e zinco. Mi hanno
vestito come i 4.200 minatori che ogni giorno scendono nei pozzi
(cinquemila) a quasi 500 metri di profondità per «attaccare» le vene:
elmetto, lampadina, casacca ruvida, stivaloni di gomma. Conciato allo
stesso modo, Luigi, il fotografo, sembra un autentico minero boliviano.
Luigi ha messo a punto i suoi attrezzi per documentare questa lunga
passeggiata nelle viscere della terra e in un passato che ha visto
alternarsi gloria, ricchezze, sciagure, massacri. Abbiamo la fortuna di
avere una guida eccezionale, per la quale Potosì e la sua epopea
mineraria non hanno misteri: poco più che ventenne, Elena è una
ragazzina minuta e mercuriale, informatissima, che girovaga
instancabilmente fra la storia e l' attualità. Nei budelli si respira a
fatica e il rumore delle perforatrici che bucano le pareti per
inserirvi la dinamite è assordante. Ma molti continuano a lavorare con
le mani, come Don Filipe, che sta affrontando la roccia col piccone. Ha
52 anni, già 35 trascorsi sotto terra. «Per ricorrere alle macchine -
spiega - bisognerebbe aver trovato una buona vena, e per essere padroni
di una buona vena occorre molto denaro. Che io non ho. Perciò mi
accontento di quel poco che salta fuori col lavoro manuale. Con le mie
briciole d' argento guadagno dai 500 ai 600 boliviani al mese (dai 66
agli 80 dollari, ndr) che mi bastano per tirare avanti». «Ed ecco come
ancora si lavora a Potosì nel 2003», dice Elena spingendoci dentro una
spelonca alta poco più di un metro e mezzo affacciata sul buco nero di
un pozzo. Sul fondo, alcuni uomini spaccano la roccia a picconate e una
matusalemmica carrucola provvede a far salire in superficie sacchi del
minerale estratto. «La sola novità rispetto ai tempi coloniali -
sottolinea la guida con un sorriso amaro - è proprio la carrucola. Per
oltre due secoli toccava agli stessi minatori portar sul il minerale in
spalla: e lo facevano aggrappandosi a una scaletta di corda che
penzolava giù dall' orlo del pozzo. Ma la maggior parte non ci
riusciva. Erano ometti piccoli, deboli, denutriti. Agli ultimi gradini,
i più ripiombavano nel pozzo sotto il carico, sfracellandosi. Questo è
davvero un buco maledetto. Stavano ancora scavando per scendere a
maggiore profondità quando, nel ' 98, i lavori furono sospesi: invece
dell' argento, avevano trovato delle ossa umane». Avranno forse
scoperto, in seguito, a che epoca appartenessero, ma il Cerro Rico è un
tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi morti hanno
diritto a restare anonimi per l' eternità. Come sarebbe infatti
possibile dare nome cognome e data a uno solo degli otto milioni di
minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle
gallerie o asfissiati nei pozzi per quasi tre secoli del dominio
coloniale in Sud America, e precisamente dal 1545 al 1825? Nessun Omero
ha mai cantato questo olocausto. Ma gli storici ricordano che il viceré
di Toledo fece applicare, nel 1572, la cosiddetta Lei de la Mita, una
legge bestiale che obbligava gli schiavi negri e gli indigeni con più
di 18 anni a lavorare nelle miniere con turni quotidiani di dodici ore.
Sulle spalle di questa folla di straccioni e morti di fame era nata e
si reggeva la ricchezza della Bolivia e, soprattutto, della Spagna. Le
autorità coloniali e i loro lacchè li chiamavano con disprezzo i
Mitayos, dal nome della legge: costretti a rimanere sotto terra per
periodi di quattro mesi, all' uscita si mettevano una benda sugli occhi
per non essere accecati di colpo dal bagliore della luce. Se non è
leggenda, toccherebbe a un indio peruviano, certo Diego Huallpa, il
merito d' aver scoperto, nel 1544, la vena d' argento occultata nel
cuore roccioso del Cerro Rico, ma furono gli spagnoli, venuti a
conoscenza del segreto, a sfruttar subito la scoperta e a cominciare
gli scavi, nell' aprile del 1545. Comincia anche, quello stesso anno,
l' ascesa di Potosì che, a 4090 metri, è la più alta città del mondo.
Aumenta, di conseguenza, la popolazione: 14 mila verso la fine del '
500, 150 mila nel 1611, 160 mila nel 1650. Alla fine del secolo XVIII è
considerata la più ricca città del Sud America ed è anche più grande di
Londra e di Shanghai. «Sono la ricca Potosì - stava inciso sul suo
primo stemma - / Il tesoro del mondo / e l' invidia dei Re». In realtà,
Potosì poteva permettersi il lusso di sognare, anche se un po'
esagerava quando disse che, grazie ai suoi giacimenti, avrebbe potuto
costruire un ponte tutto d' argento con due corsie dal Sud America alla
Spagna. Il primo grosso carico d' argento ad essere trasferito
oltreoceano risale al 1548, cioè solo tre anni dopo la scoperta di
Diego Huallpa. Un cronista dell' epoca racconta di una favolosa
carovana di 2 mila lama e millecento uomini (cento ufficiali spagnoli e
mille schiavi indigeni) che trasporta 7779 lingotti del prezioso
metallo attraverso l' Altipiano andino e il lago Titicaca fino alle
coste del Pacifico: una camminata durata sei mesi. E quando il vascello
attraccò finalmente ai porti dell' Andalusia, ci furono scene di
giubilo e d' esultanza quasi isteriche. Ma ad attenuare, se non a
spegnere, l' entusiasmo degli spagnoli per un commercio così lucroso,
destinato soprattutto a finanziare le stravaganze della monarchia e
dell' aristocrazia iberiche, arrivò, oltre un secolo dopo, il messaggio
dell' allora viceré del Perù, Don Pedro Fernandez de Castro, che diceva
testualmente: «Non c' è nessuna nazione tanto stremata come quella di
Potosì. Non è argento ciò che si esporta in Spagna, si esporta
piuttosto il sudore e il sangue degli indigeni». Ma il tempo delle
vacche grasse ha un suo limite e questo limite coincide fatalmente con
l' inizio, nel 1810, della Guerra d' Indipendenza che durerà quindici
anni. Alla fine di quel conflitto, Potosì è un villaggio con poco più
(o poco meno) di 9 mila abitanti. I grandi giacimenti di metallo
prezioso che due secoli prima sembravano inesauribili stavano ora
agonizzando, vittime di uno sfruttamento irrazionale, vorace, suicida e
la caduta dei prezzi dell' argento stava dando il colpo di grazia alla
città «più ricca» del continente sudamericano. Tuttavia, non è
possibile sottrarsi al potere di seduzione che essa continua ad
esercitare sul mondo e sulla Storia, anche se vestita di stracci, e non
sorprende perciò nessuno se il 26 ottobre del 1825, Simon Bolivar «el
Libertador» decide di salire in vetta al Cerro Rico (4824 metri) per
rendere omaggio all' indipendenza della Bolivia e far sventolare, al
tempo stesso, le bandiere dei Paesi latino-americani che ha da poco
liberato, con le armi, dagli spagnoli. Suona la banda. Poeti e poetesse
fanno a gara per sedurlo con versi smaglianti, come quelli della señora
Maria Costas, gran bellezza dell' aristocrazia potesina, che gli dà il
benvenuto chiamandolo «viaggiatore celeste» e che el Libertador mostra
di apprezzare. È noto a tutti, infatti, che egli amasse le armi, la
poesie e le donne, ma nessuno ha mai saputo se in uguale misura. Che la
grande «era dell' argento» stesse per chiudersi verso la metà del XIX
secolo era una scomoda, inevitabile realtà cui bisognava rassegnarsi,
stoicamente. Ma le miniere di Potosì erano ancora gravide di altri
minerali (meno preziosi) che avrebbero consentito alla Regione di
sopravvivere economicamente e ai minatori di non cambiar lavoro.
Tuttavia, gironzolando per le strade e ficcando il naso nei pub, ho
avvertito la stessa sensazione di pena e disagio collettivo che negli
anni Sessanta avevo provato nel Galles mentre stavano per sigillare i
«pits» e decretare la morte di tutte le miniere di carbone. Solo che,
avendo bellissime voci, quei poveri disoccupati gallesi piangevano la
loro sorte cantando in coro altrettanto bellissime canzoni. Magia della
musica. Ammazziamo la nostalgia, è il suggerimento di un poeta-filosofo
boliviano, dimentichiamo l' argento e i secoli d' oro. Questa è l' «era
dello stagno», come ci sono state e ci saranno in futuro l' «era del
rame» e «dello zinco». Come nel Galles, lavorare in miniera è una
tradizione di famiglia. Diamo un passaggio in macchina a un ragazzo di
15 anni - Herman - fermo sul marciapiede, in attesa del «mezzo» (un
bus, un camion) che lo porti alla miniera di Pailaviri, la più vecchia
e importante del Cerro Rico, a quota 4200. «Ho cominciato un anno fa -
racconta -, lavoro accanto a mio padre, sulla stessa "vena". Lui
trivella la roccia, io porto fuori il minerale su una carriola che
viene minuziosamente esaminato e selezionato, pietra per pietra». Dopo
la Pailaviri, le miniere più visitate dai turisti (perché più sicure ed
accessibili) hanno nomi mistici, Candelaria o Rosario, Santa Rita o
Santa Rosa... Come Herman, anche Primo - 16 anni - fa il
«trasportatore» ed eccolo uscire dall' imbuco di una delle... sante
miniere, la carriola piena di minerale cosiddetto «complejo» perché vi
si trovano mescolate venature di stagno, zinco, rame, argento. «Questi
ragazzi delle carriole - spiega la nostra guida - sono chiamati
assistenti e lavorano alle dipendenze di un "capo" che certo non ha
studiato meteorologia all' Università ma ha imparato il mestiere dal
padre e dal nonno. La media, per questi assistenti imberbi, è di 80
carriole al giorno, 60 chili per carriola. Un gran bel mazzo, se si
pensa che devono anche portare in superficie il materiale scavato in
fondo ai pozzi». Verso la metà del secolo scorso, precisamente il 9
aprile del ' 52, una rivoluzione incruenta provocò profonde
trasformazioni strutturali nell' industria estrattiva fino a porre le
miniere di Potosì sotto il controllo dello Stato. Oggi, gran parte
dell' attività mineraria è gestita da cooperative di minatori che
lavorano in proprio e devono perciò sgobbare parecchio per far quadrare
il bilancio famigliare. «Ho 60 anni e trabajo alla Pailaviri da 36 - si
sfoga Julian Gomez, affetto come tanti altri da silicosi -: 8 ore al
giorno, per un salario mensile di 750 bolivianos (100 dollari, ndr).
Appena sufficienti per me e per la mia famiglia, tre maschi e una
femmina. Ma alla fine di quest' anno sbaracco e chiudo. Vado in
pensione a godermi quel poco di vita che mi resta». Una decisione più
che legittima. Se ho ben capito, un minatore può mettersi a riposo
quando abbia perso, a causa della silicosi, il 50 per cento delle
proprie «capacità polmonari». Ma la pensione per gli inabili, se i dati
che ho sottomano sono aggiornati, è una ben misera cosa dopo anni e
anni a 300/400 metri di profondità e con temperature a volte
asfissianti di 45/50 gradi centigradi. Resto perciò di sasso quando,
all' imbocco della miniera di Santa Rita, quattro giovani minatori -
ciascuno con già tre anni di sottosuolo alle spalle - affermano con
serafico candore che non intendono affatto cambiare lavoro e che gli
piace quella vita spesa a raschiare al buio misteriose pareti
impregnate d' oro, d' argento o platino o anche di metalli meno
scintillanti e nobili. E la silicosi, che colpisce inesorabile dopo
dieci anni di soggiorno nelle viscere della terra? Nessuna risposta dai
quattro, che si son già messi l' elmetto con la lampadina e rischiano
un sorriso. Ma bastano pochi giorni di «villeggiatura» a Potosì per
rendersi conto che l' aggiornamento del sistema di lavoro introdotto
dalle Cooperative non ha provocato cambiamenti sostanziali nelle
condizioni di vita dei minatori: «Siamo rimasti topi di fogna -
riflette rassegnato El Oscar, 30 anni alla Rosario Bajo -: nè più nè
meno dei nostri antenati del periodo coloniale». Esagerato? I minatori
hanno un loro mercato dove fanno acquisti di ogni genere: pietre di
acetilene, dinamite, sigarette, sacchetti di foglie di coca. Il
quartiere, nella parte indigena della città dove si parla quechua (l'
altra è quella coloniale, spagnola), si chiama Il Calvario, perché c' è
una chiesetta con lo stesso nome, dove illo tempore i missionari
costringevano gli indios a convertirsi. «Nessuno regala niente al
minatore - precisa Elena girando tra le bancarelle -: deve comprarsi
tutto quanto gli occorre per il suo lavoro: tanti boliviani per la
dinamite, per il carburo, per la coca, per gli stivali eccetera...».
Tutto il lavoro viene fatto a mano, con l' ausilio di esplosivi e
attrezzi primitivi e obsoleti acquistati al Calvario. Ma per i minatori
non c' è nulla di più indispensabile delle foglie di coca: «Che per
loro - avverte la guida - non è droga. È la sostanza che li nutre e li
rinvigorisce e gli permette di affrontare la fatica e la situazione di
estremo disagio dei pozzi, dove circolano gas e agenti chimici nocivi e
il caldo è spesso insopportabile. La mattina, prima di andare al
lavoro, li vedi seduti a masticare coca per un paio d' ore. Se li
guardi, puoi notare che hanno una guancia gonfia: lì sotto c' è la
"pallottola" verde di coca che vi hanno spinto con la lingua e che
provvederà ad "alimentarli" per l' intera durata del turno». Le donne
non sono assenti in questo desolato universo maschile, anche se
collocate ai margini. Le tradizioni religiose locali hanno sempre
sconsigliato la loro presenza nel sottosuolo, perché invisa alla
Pachmama, la Madre Terra, e porterebbe «sfortuna». Le vedi a decine sul
Cerro Rico, sedute a spaccare con un martello migliaia di pietre, nella
speranza di recuperare qualche granello di minerale da vendere al
mercato. Sono per la maggior parte vedove di minatori, come Carapita
Orcu, 53 anni e quattro figli, che da mane a sera frantuma a martellate
quintali di rocce. Quanto guadagna?, le chiedo. «Una sopa por los
niños», risponde, una minestra per i bambini. Le chiamano Pailaviri,
queste spaccapietre scure di pelle, che pure hanno avuto un ruolo molto
importante nel processo di socializzazione del Paese. Come i loro
uomini masticano la foglia e di tanto in tanto si concedono una sorsata
del peggior liquore in circolazione sulle Ande. Ma il vecchio cronista
ricorda che nel ' 32, durante la Guerra del Choco con l' Uruguay, le
miniere di Potosì avrebbero chiuso se non fossero state loro, le donne,
a scendere nei pozzi. L' ultimo giorno, seguendo le esortazioni di
Elena che, nell' attuazione del programma, non concede mai un respiro
ai suoi «clienti», ho fatto la conoscenza di un grande personaggio del
folclore locale: el Supay, il diavolo, che i minatori chiamano
affettuosamente Tio, cioè zio. Poiché l' ambiente dove lavorano ha
qualche somiglianza con l' inferno, i «mineros» di Potosì sono convinti
che il demonio in persona sia il vero, unico proprietario dei minerali
che estraggono e fanno esplodere. Bisogna quindi tenerselo buono. La
sua statua è in ogni miniera del Cerro: quella che vedo io è di un
diavolo seduto e panciuto, gli occhi neri diabolici, i baffi, il pizzo
e un membro di tutto rispetto in superba erezione. Durante la
cerimonia, i minatori lo addobbano di coriandoli, gli infilano in bocca
sigarette accese, gli spruzzano addosso alcool purissimo dopo aver
brindato agli inferi. E infine, soprattutto, lo pregano in coro, anzi
lo implorano: caro caro Zio, gridano insieme, noi ti abbiamo irrorato
di alcool puro e ora anche tu, Zio zietto padrone dell' inferno, facci
trovare la vena più pura, il più puro degli argenti. Non come l' altra
volta che... Lo Zio sta fumando e ho l' impressione che pensi ad altro.