È COME DARE L'ASPIRINA
A UN MALATO TERMINALE

I soldi per la spesa finiscono a metà mese. L'autonomia della busta
paga scade, invece, alla fine della terza settimana per più di sei
milioni di famiglie. Sono i dati allarmanti di un sondaggio
Confesercenti-Swg.

La manovra finanziaria che dovrebbe rilanciare l'Italia, approvata in
dieci minuti dal Consiglio dei ministri, riserva pochi spiccioli a
famiglie e imprese. E soltanto per "una volta". «I soldi non si
buttano mai via», ha detto Bersani. «Ma ci sono modi meno disgustosi
di darli». Così, dopo solenni proclami, la montagna ha partorito un
topolino. Siamo all'obolo di Stato. «Misura debole», ha detto
Casini, «che vuole accontentare tutti, senza riuscirci». Demagogia,
più che l'inizio d'una politica familiare seria.

È un tampone: come dare l'aspirina a un malato terminale. Servirà a
poco, non farà ripartire i consumi, né ridurrà quella fascia di
famiglie che non arriva a metà mese. La borsa, quella vera, quella
colma di denaro, sarà a disposizione delle banche, che hanno bisogno
di soldi freschi per i loro affari. La difesa dei risparmiatori è
solo un alibi, perché oggi, in Italia, le famiglie non hanno più
nulla da risparmiare. E per vivere si indebitano. Per non parlare di
chi la spesa la fa tra gli avanzi del mercato o nei cassonetti.

L'elemosina di Stato non modifica d'una virgola la distribuzione del
reddito, non lo sostiene, non crea nuovi posti di lavoro. Le grandi
opere, finanziate con 16 milioni di euro, sono un libro dei sogni,
che nessuno ha aperto (gli esperti hanno pure bocciato il ponte di
Messina: troppo caro e pericoloso). La manovra è insufficiente, ci
voleva più coraggio, soprattutto a sostegno delle famiglie,
cenerentole d'Italia.

Tremonti ha inventato la social card, poteva chiamarla "tessera del
pane" (come Mussolini) o "carta della povertà": era lo stesso.
Almeno, era più sincero. Si tratta di poco più d'un euro al giorno a
famiglia. Impresa degna del "cesarismo" populista, che ha trasformato
i diritti in elemosine, come s'addice a sudditi più che a cittadini.
È un certificato di povertà, che «emana aria di depressione e
richiama la "tessera annonaria" dei tempi di guerra», come ha scritto
Gramellini su La Stampa. Si mette alla gogna chi la riceve: è
anonima, ma va esibita negli uffici o al supermercato. C'è da
vergognarsi, mentre non ha pudore chi si "abbuffa" di soldi pubblici:
i partiti italiani sono i più cari d'Europa.

E poi, non è detto che ci siano i soldi per finanziare la social
card. Nella lettera inviata a chi ne ha diritto (ma quanta burocrazia
per due soldi!), si legge: «Gentile signora/e… sarà ricaricata sulla
base dei finanziamenti via via disponibili». È l'ultima beffa. Per
ora ci sono, certi, 170 milioni di euro, ne servono 450. Tremonti
dice che userà i "conti dormienti" e le multe dell'Antitrust. Ma quei
soldi li aveva già promessi alle vittime del crack Parmalat e Cirio.

La social card è meno di quanto la gente ruba per fame nei
supermercati. Le quantità di pane, pasta, tonno che saltano le casse,
sono aumentate nell'ultimo anno del 16 per cento, per un valore pari
a 500 milioni di euro (dati Cia, Confederazione italiana
agricoltori). Gli spiccioli di Tremonti non ripagano neppure
il "furto per fame". Andranno a un milione e 300 mila famiglie. Ma
quelle che non mangiano un pasto normale tutti i giorni sono 7
milioni e mezzo (dati Istat). Chi ha 800 euro di pensione è escluso.

La parola magica è bonus, cioè "carità". Che è cosa buona, ma non
deve farla lo Stato.


 COSÌ SI RENDE PIÙ DIFFICILE
LA VITA DI CHI È IN DIFFICOLTÀ

Il Senato potrebbe approvare in settimana norme pesanti per gli
immigrati e i "senza fissa dimora".

Dai lavori di questa settimana in Senato potrebbe uscire uno statuto
legislativo piuttosto pesante nei confronti non solo degli immigrati –
quattro milioni circa di persone, "regolari" o "irregolari"–, ma
anche di cittadini italiani che risultano in concreto "diversi"
rispetto a una normalità di vita comunemente accettata: i "senza
fissa dimora".
I provvedimenti che fanno parte del "pacchetto sicurezza" preparato
dal ministro dell'Interno sono noti: l'istituzione di "ronde"
convenzionate con gli enti locali e formate da «associazioni tra
cittadini al fine di segnalare alle forze di polizia dello Stato
eventi che possono arrecare danno alla sicurezza urbana»; il permesso
di soggiorno "a punti", come per le patenti di guida: una volta persi
tutti i "punti", l'immigrato si vedrebbe revocato il permesso e
verrebbe espulso; è mantenuto il reato di ingresso clandestino, ma la
pena non sarà più di tipo giudiziario (condanna al carcere), bensì
una multa fra 5 mila e 10 mila euro; maggiori difficoltà per ricevere
assistenza sanitaria e per i ricongiungimenti familiari; la proposta
della Lega di interrompere i flussi di immigrazione per due anni,
data l'attuale congiuntura in cui aumentano i disoccupati; schedatura
di tutti i "senza fissa dimora", anche italiani.

La panchina dove dormiva il barbone dato alle fiamme a Rimini (foto
Ansa).
In queste misure colpiscono due caratteristiche comuni: l'inutilità
ai fini a cui sono rivolte e l'estrema difficoltà a metterle in
pratica da parte di uno Stato la cui giustizia e la cui burocrazia
già faticano a tenere il passo delle normali incombenze. In più, esse
scontano le conseguenze di un'esagerata descrizione della realtà,
come ha dimostrato il caso suscitato dalla decisione, presa nel
giugno scorso da Maroni, sul rilevamento delle impronte digitali ai
bambini rom, contro la quale Famiglia Cristiana fu fra i primi a
insorgere e che meritò le giuste critiche in sede europea.
I nomadi di origine rom e sinti erano molti meno di quelli
denunciati, e la loro schedatura – soprattutto dei bambini – è stata
effettuata con metodi diversi e più tradizionali, d'intesa con la
Croce rossa; anche se questa pratica più civile e più umana, decisa
d'accordo con il sindaco Alemanno, è costata la destituzione al
prefetto di Roma, Carlo Mosca. Per quanto riguarda la schedatura
dei "senza fissa dimora", osserviamo innanzitutto che molti di loro
ce l'hanno, anche se non è scritta in nessun registro pubblico: sono
le panchine dei giardini in cui passano le notti, rischiando di
essere bruciati vivi dai soliti ignoti, come è capitato a uno di loro
a Rimini.
Se poi si tratta di schedarli, in realtà qualcuno lo ha già fatto, ma
con spirito diverso da quello del "pacchetto sicurezza". È morta
qualche mese fa Lia Varesio, che nel 1980 fondò a Torino la
Bartolomeo & C, un'associazione di volontari che tutte le notti
uscivano nelle strade alla ricerca di "barboni" che dormivano sulle
panchine o sotto i portici delle stazioni coperti di stracci, e
portavano loro qualcosa da mangiare e da coprirsi, e li aiutavano a
trovare un rifugio.
In una sua "memoria" di qualche anno fa, Lia ricordava di aver
attuato per loro, in accordo con il Comune, "la reiscrizione
anagrafica", in modo tale che potessero riacquistare un'identità,
visto che molti di loro erano stati davvero "cancellati".
L'opera da lei avviata continua, in una cultura opposta a quella
della paura, del rifiuto del "diverso" e del ricorso all'autodifesa,
in cui le "ronde" rischiano di essere il simbolo d'un comportamento
che uno Stato di diritto non può e non deve permettersi.

Beppe Del Colle


«Non ridere, non piangere, non giocare»

Inserito il 5 dicembre 2008 14.10 da editor

 I 30 mila piccoli italiani illegali in Svizzera

Quando Berna ostacolava i ricongiungimenti familiari dei nostri emigranti. E i mariti assumevano le mogli come domestiche per farle arrivare

 

da www.corriere.it del 2 dicembre 2008

Le mogli e i bambini degli immigrati? «Sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d'una congiuntura lo stesso benessere dei cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello». Chi l'ha detto: qualche xenofobo nostrano contro marocchini o albanesi? No: quel razzista svizzero di James Schwarzenbach. Contro gli italiani che portavano di nascosto decine di migliaia di figlioletti in Svizzera. E non nell' 800 dei dagherrotipi: negli anni Settanta e Ottanta del '900.

Quando Berlusconi aveva già le tivù e Gianfranco Fini era già in pista per diventare il leader del Msi. Per questo è stupefacente la rivolta di un pezzo della destra contro la sentenza della Cassazione, firmata da Edoardo Fazzioli, che ha assolto l'immigrato macedone Ilco Ristoc, denunciato e processato perché non si era accontentato di portare in Italia con tutte le carte in regola (permesso di soggiorno, lavoro regolare, abitazione decorosa) solo la moglie e il bambino più piccolo ma anche la figlioletta Silvana, che aveva 12 anni. Cosa avrebbe dovuto fare: aspettare di avere un giorno o l'altro l'autorizzazione ulteriore e intanto lasciare la piccola in Macedonia? A dodici anni? Rischiando addirittura, al di là del trauma, il reato di abbandono di minore? Macché. Il leghista Paolo Grimoldi, indignato, si è chiesto «se la magistratura sia ancora un baluardo della legalità oppure il fortino dell'eversione».

E la forzista Isabella Bertolini ha bollato il verdetto come «un'altra mazzata alla legalità» e censurato la «legittimazione di un comportamento palesemente illegale». Lo «stato di necessità» previsto dalla legge e richiamato dalla suprema Corte, a loro avviso, non è in linea con le scelte del Parlamento. L'uno e l'altra, come quelli che fanno loro da sponda, non conoscono niente della grande emigrazione italiana. Niente. Non sanno che larga parte dei nostri emigrati, almeno quattro milioni di persone, è stata clandestina. Lo ricordano molte copertine della Domenica del Corriere, il capolavoro di Pietro Germi «Il cammino della speranza», decine di studi ricchi di dettagli (tra cui quello di Simonetta Tombaccini dell'Università di Nizza o quello di Sandro Rinauro sulla rivista «Altreitalie» della Fondazione Agnelli) o lo strepitoso reportage in cui Egisto Corradi raccontò sul Corriere d'Informazione del 1947 come aveva attraversato il Piccolo San Bernardo sui sentieri dei «passeur» e degli illegali. Non conoscono storie come quella di Paolo Iannillo, che fu costretto ad assumere sua moglie come domestica per portarla a vivere con lui a Zurigo. Ma ignorano in particolare, come dicevamo, che la Svizzera ospitò per decenni decine di migliaia di bambini italiani clandestini. Portati a Berna o Basilea dai loro genitori siciliani e veneti, calabresi e lombardi, a dispetto delle leggi elvetiche contro i ricongiungimenti familiari.

Leggi durissime che Schwarzenbach, il leader razzista che scatenò tre referendum contro i nostri emigrati, voleva ancora più infami: «Dobbiamo respingere dalla nostra comunità quegli immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, o di una generazione, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale. Scalano i posti più comodi, studiano, s'ingegnano: mettono addirittura in crisi la tranquillità dell'operaio svizzero medio, che resta inchiodato al suo sgabello con davanti, magari in poltrona, l'ex guitto italiano». Marina Frigerio e Simone Burgherr, due studiosi elvetici, hanno scritto un libro in tedesco intitolato «Versteckte Kinder» (Bambini nascosti) per raccontare la storia di quei nostri figlioletti. Costretti a vivere come Anna Frank. Sepolti vivi, per anni, nei loro bugigattoli alle periferie delle città industriali. Coi genitori che, terrorizzati dalle denunce dei vicini, raccomandavano loro: non fare rumore, non ridere, non giocare, non piangere. Lucia, raccontano Burgherr e la Frigerio, fu chiusa a chiave nella stanza di un appartamento affittato in comune con altre famiglie, per una vita intera: «Uscì fuori per la prima volta quando aveva tredici anni». Un'altra, dopo essere caduta, restò per ore ad aspettare la mamma con due costole rotte. Senza un lamento. Trentamila erano, a metà degli anni Settanta, i bambini italiani clandestini in Svizzera: trentamila. Al punto che l'ambasciata e i consolati organizzavano attraverso le parrocchie e certe organizzazioni umanitarie addirittura delle scuole clandestine. E i nostri orfanotrofi di frontiera erano pieni di piccoli che, denunciati dalla delazione di qualche zelante vicino di casa, erano stati portati dai genitori appena al di qua dei nostri confini e affidati al buon cuore degli assistenti: «Tenete mio figlio, vi prego, non faccio in tempo a riportarlo a casa in Italia, è troppo lontana, perderei il lavoro: vi prego, tenetelo». Una foto del settimanale Tempo illustrato n. 7 del 1971 mostra dietro una grata alcuni figli di emigranti alla Casa del fanciullo di Domodossola: di 120 ospiti una novantina erano «orfani di frontiera». Bimbi clandestini espulsi. Figli nostri. Che oggi hanno l'età di Grimoldi e della Bertolini.

Dicono: la legge è legge. Giusto. Ma qui il principio dei due pesi e delle due misure nella Costituzione non c'è. E la realtà dice che almeno un milione di italiani vivono oggi in condizioni di sovraffollamento nelle sole case popolari senza essere, come è ovvio, colpiti da alcuna sanzione: non si ammanettano i poveri perché sono poveri. A un immigrato regolare e a posto con tutti i documenti che sogna di farsi raggiungere dalla moglie e dai figli esattamente come sognavano i nostri emigrati, la nuova legge chiede invece non solo di dimostrare un reddito di 5.142 euro più altri 2.571 per la moglie e ciascuno dei figli ma di avere a disposizione una casa di un certo tipo. E qui la faccenda varia da regione a regione. In Liguria ad esempio, denuncia l'avvocato Alessandra Ballerini, in prima linea sui diritti degli immigrati, occorre avere una stanza per ogni membro della famiglia con più di 14 anni più un vano supplementare libero (esempio: il salotto) più la cucina e più i servizi igienici. Il che significa che una famiglia composta da padre, madre e quattro figli adolescenti dovrebbe avere una casa con almeno sei stanze. Quanti italiani hanno la possibilità di vivere così? Quando vinse la Coppa dei Campioni, coi soldi dell'ingaggio e del premio per la coppa, Gianni Rivera comprò un appartamento a San Siro. Il papà e la mamma dormivano nella camera matrimoniale, il fratello nella cameretta e lui in un divano letto in salotto. Se invece che di Alessandria fosse stato di Belgrado, sarebbe stato fuorilegge. Ed era Gianni Rivera. Il campione più amato da un'Italia certo più povera. Ma anche più serena di adesso.

Gian Antonio Stella
02 dicembre 2008


15 Novembre 1984

Inserito il 13 novembre 2008 15.38 da editor

...Tra i tanti scritti, lettere e racconti che la mamma di Pietro Gamba custodisce gelosamente, ecco la lettera che, nel 1984, in occasione della laurea, i compagni di Università di Pietro gli hanno dedicato e fatto pubblicare. Ecco il testo integrale:

«Pedro, oggi 15 novembre hai fatto un gran salto e da metalmeccanico sei diventato dottore. Ora non più macchine, ma uomini dovrai riparare ed i tuoi uomini, i tuoi malati, tu andrai a cercarli e non ti farai cercare. Saranno i più poveri e derelitti malati del mondo, perché per essi hai voluto passare dalla tuta alla vestaglia bianca. Solo per questo hai tanto faticato e noi siamo stati testimoni della tua fatica e del tuo accanirti sui libri. Quasi temevamo che non ce la facessi tanto ti eri sbiancato. Ti sei spremuto come un limone fino ad asciugarti lanima, non l´anima veramente, ma la cosiddetta psiche. La tua anima vedeva i tuoi futuri pazienti che ti aspettavano e bastava quella vista perché tu risorgessi ritemprato e forte. Bravo Pedro, ci hai dato un grande esempio. Oggi sei medico e la tua laurea ha fatto anche noi più forti e più decisi. Già hai scritto per noi la prima ricetta: tre cucchiai di buona volontà alla mattina a mezzogiorno e alla sera con un supplemento in più a giugno e ad ottobre. Così veramente sia da oggi in poi per tutti noi, studentesse e studenti del Cuamm nel segno di Pedro metalmeccanico-dottore!»


Nelle viscere di Potosi'

Inserito il 13 novembre 2008 12.26 da editor

Da un articolo di Ettore Mo sul Corriere della Sera.

In Bolivia si continua da secoli a spaccare la roccia con le mani. Masticando foglie di coca «Ho 60 anni e lavoro da 36: 8 ore al giorno per un salario mensile di 100 dollari, appena sufficienti per la mia famiglia» Il Cerro Rico è un tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi morti hanno diritto a restare anonimi per l' eternità. Sarebbe infatti impossibile dare nome e cognome a uno solo degli otto milioni di minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle gallerie o asfissiati nei pozzi durante il dominio coloniale in Sudamerica, e precisamente dal 1545 al 1825. Sulle spalle di questa folla di straccioni e morti di fame si reggeva la ricchezza della Spagna. Nessun Omero ha mai cantato questo Olocausto

 

POTOSI' (Bolivia) - Sono passate da poco le dieci quando m' infilo in una delle 520 gallerie che trafiggono il Cerro Rico (letteralmente, il colle ricco) di Potosì, dove nel Cinquecento fu scoperta la più grande miniera d' argento del mondo, che è tutt' ora attiva, anche se produce minerali meno preziosi, come stagno, piombo e zinco. Mi hanno vestito come i 4.200 minatori che ogni giorno scendono nei pozzi (cinquemila) a quasi 500 metri di profondità per «attaccare» le vene: elmetto, lampadina, casacca ruvida, stivaloni di gomma. Conciato allo stesso modo, Luigi, il fotografo, sembra un autentico minero boliviano. Luigi ha messo a punto i suoi attrezzi per documentare questa lunga passeggiata nelle viscere della terra e in un passato che ha visto alternarsi gloria, ricchezze, sciagure, massacri. Abbiamo la fortuna di avere una guida eccezionale, per la quale Potosì e la sua epopea mineraria non hanno misteri: poco più che ventenne, Elena è una ragazzina minuta e mercuriale, informatissima, che girovaga instancabilmente fra la storia e l' attualità. Nei budelli si respira a fatica e il rumore delle perforatrici che bucano le pareti per inserirvi la dinamite è assordante. Ma molti continuano a lavorare con le mani, come Don Filipe, che sta affrontando la roccia col piccone. Ha 52 anni, già 35 trascorsi sotto terra. «Per ricorrere alle macchine - spiega - bisognerebbe aver trovato una buona vena, e per essere padroni di una buona vena occorre molto denaro. Che io non ho. Perciò mi accontento di quel poco che salta fuori col lavoro manuale. Con le mie briciole d' argento guadagno dai 500 ai 600 boliviani al mese (dai 66 agli 80 dollari, ndr) che mi bastano per tirare avanti». «Ed ecco come ancora si lavora a Potosì nel 2003», dice Elena spingendoci dentro una spelonca alta poco più di un metro e mezzo affacciata sul buco nero di un pozzo. Sul fondo, alcuni uomini spaccano la roccia a picconate e una matusalemmica carrucola provvede a far salire in superficie sacchi del minerale estratto. «La sola novità rispetto ai tempi coloniali - sottolinea la guida con un sorriso amaro - è proprio la carrucola. Per oltre due secoli toccava agli stessi minatori portar sul il minerale in spalla: e lo facevano aggrappandosi a una scaletta di corda che penzolava giù dall' orlo del pozzo. Ma la maggior parte non ci riusciva. Erano ometti piccoli, deboli, denutriti. Agli ultimi gradini, i più ripiombavano nel pozzo sotto il carico, sfracellandosi. Questo è davvero un buco maledetto. Stavano ancora scavando per scendere a maggiore profondità quando, nel ' 98, i lavori furono sospesi: invece dell' argento, avevano trovato delle ossa umane». Avranno forse scoperto, in seguito, a che epoca appartenessero, ma il Cerro Rico è un tale, immenso cimitero senza lapidi che tutti i suoi morti hanno diritto a restare anonimi per l' eternità. Come sarebbe infatti possibile dare nome cognome e data a uno solo degli otto milioni di minatori - schiavi africani e indios - che furono inghiottiti dalle gallerie o asfissiati nei pozzi per quasi tre secoli del dominio coloniale in Sud America, e precisamente dal 1545 al 1825? Nessun Omero ha mai cantato questo olocausto. Ma gli storici ricordano che il viceré di Toledo fece applicare, nel 1572, la cosiddetta Lei de la Mita, una legge bestiale che obbligava gli schiavi negri e gli indigeni con più di 18 anni a lavorare nelle miniere con turni quotidiani di dodici ore. Sulle spalle di questa folla di straccioni e morti di fame era nata e si reggeva la ricchezza della Bolivia e, soprattutto, della Spagna. Le autorità coloniali e i loro lacchè li chiamavano con disprezzo i Mitayos, dal nome della legge: costretti a rimanere sotto terra per periodi di quattro mesi, all' uscita si mettevano una benda sugli occhi per non essere accecati di colpo dal bagliore della luce. Se non è leggenda, toccherebbe a un indio peruviano, certo Diego Huallpa, il merito d' aver scoperto, nel 1544, la vena d' argento occultata nel cuore roccioso del Cerro Rico, ma furono gli spagnoli, venuti a conoscenza del segreto, a sfruttar subito la scoperta e a cominciare gli scavi, nell' aprile del 1545. Comincia anche, quello stesso anno, l' ascesa di Potosì che, a 4090 metri, è la più alta città del mondo. Aumenta, di conseguenza, la popolazione: 14 mila verso la fine del ' 500, 150 mila nel 1611, 160 mila nel 1650. Alla fine del secolo XVIII è considerata la più ricca città del Sud America ed è anche più grande di Londra e di Shanghai. «Sono la ricca Potosì - stava inciso sul suo primo stemma - / Il tesoro del mondo / e l' invidia dei Re». In realtà, Potosì poteva permettersi il lusso di sognare, anche se un po' esagerava quando disse che, grazie ai suoi giacimenti, avrebbe potuto costruire un ponte tutto d' argento con due corsie dal Sud America alla Spagna. Il primo grosso carico d' argento ad essere trasferito oltreoceano risale al 1548, cioè solo tre anni dopo la scoperta di Diego Huallpa. Un cronista dell' epoca racconta di una favolosa carovana di 2 mila lama e millecento uomini (cento ufficiali spagnoli e mille schiavi indigeni) che trasporta 7779 lingotti del prezioso metallo attraverso l' Altipiano andino e il lago Titicaca fino alle coste del Pacifico: una camminata durata sei mesi. E quando il vascello attraccò finalmente ai porti dell' Andalusia, ci furono scene di giubilo e d' esultanza quasi isteriche. Ma ad attenuare, se non a spegnere, l' entusiasmo degli spagnoli per un commercio così lucroso, destinato soprattutto a finanziare le stravaganze della monarchia e dell' aristocrazia iberiche, arrivò, oltre un secolo dopo, il messaggio dell' allora viceré del Perù, Don Pedro Fernandez de Castro, che diceva testualmente: «Non c' è nessuna nazione tanto stremata come quella di Potosì. Non è argento ciò che si esporta in Spagna, si esporta piuttosto il sudore e il sangue degli indigeni». Ma il tempo delle vacche grasse ha un suo limite e questo limite coincide fatalmente con l' inizio, nel 1810, della Guerra d' Indipendenza che durerà quindici anni. Alla fine di quel conflitto, Potosì è un villaggio con poco più (o poco meno) di 9 mila abitanti. I grandi giacimenti di metallo prezioso che due secoli prima sembravano inesauribili stavano ora agonizzando, vittime di uno sfruttamento irrazionale, vorace, suicida e la caduta dei prezzi dell' argento stava dando il colpo di grazia alla città «più ricca» del continente sudamericano. Tuttavia, non è possibile sottrarsi al potere di seduzione che essa continua ad esercitare sul mondo e sulla Storia, anche se vestita di stracci, e non sorprende perciò nessuno se il 26 ottobre del 1825, Simon Bolivar «el Libertador» decide di salire in vetta al Cerro Rico (4824 metri) per rendere omaggio all' indipendenza della Bolivia e far sventolare, al tempo stesso, le bandiere dei Paesi latino-americani che ha da poco liberato, con le armi, dagli spagnoli. Suona la banda. Poeti e poetesse fanno a gara per sedurlo con versi smaglianti, come quelli della señora Maria Costas, gran bellezza dell' aristocrazia potesina, che gli dà il benvenuto chiamandolo «viaggiatore celeste» e che el Libertador mostra di apprezzare. È noto a tutti, infatti, che egli amasse le armi, la poesie e le donne, ma nessuno ha mai saputo se in uguale misura. Che la grande «era dell' argento» stesse per chiudersi verso la metà del XIX secolo era una scomoda, inevitabile realtà cui bisognava rassegnarsi, stoicamente. Ma le miniere di Potosì erano ancora gravide di altri minerali (meno preziosi) che avrebbero consentito alla Regione di sopravvivere economicamente e ai minatori di non cambiar lavoro. Tuttavia, gironzolando per le strade e ficcando il naso nei pub, ho avvertito la stessa sensazione di pena e disagio collettivo che negli anni Sessanta avevo provato nel Galles mentre stavano per sigillare i «pits» e decretare la morte di tutte le miniere di carbone. Solo che, avendo bellissime voci, quei poveri disoccupati gallesi piangevano la loro sorte cantando in coro altrettanto bellissime canzoni. Magia della musica. Ammazziamo la nostalgia, è il suggerimento di un poeta-filosofo boliviano, dimentichiamo l' argento e i secoli d' oro. Questa è l' «era dello stagno», come ci sono state e ci saranno in futuro l' «era del rame» e «dello zinco». Come nel Galles, lavorare in miniera è una tradizione di famiglia. Diamo un passaggio in macchina a un ragazzo di 15 anni - Herman - fermo sul marciapiede, in attesa del «mezzo» (un bus, un camion) che lo porti alla miniera di Pailaviri, la più vecchia e importante del Cerro Rico, a quota 4200. «Ho cominciato un anno fa - racconta -, lavoro accanto a mio padre, sulla stessa "vena". Lui trivella la roccia, io porto fuori il minerale su una carriola che viene minuziosamente esaminato e selezionato, pietra per pietra». Dopo la Pailaviri, le miniere più visitate dai turisti (perché più sicure ed accessibili) hanno nomi mistici, Candelaria o Rosario, Santa Rita o Santa Rosa... Come Herman, anche Primo - 16 anni - fa il «trasportatore» ed eccolo uscire dall' imbuco di una delle... sante miniere, la carriola piena di minerale cosiddetto «complejo» perché vi si trovano mescolate venature di stagno, zinco, rame, argento. «Questi ragazzi delle carriole - spiega la nostra guida - sono chiamati assistenti e lavorano alle dipendenze di un "capo" che certo non ha studiato meteorologia all' Università ma ha imparato il mestiere dal padre e dal nonno. La media, per questi assistenti imberbi, è di 80 carriole al giorno, 60 chili per carriola. Un gran bel mazzo, se si pensa che devono anche portare in superficie il materiale scavato in fondo ai pozzi». Verso la metà del secolo scorso, precisamente il 9 aprile del ' 52, una rivoluzione incruenta provocò profonde trasformazioni strutturali nell' industria estrattiva fino a porre le miniere di Potosì sotto il controllo dello Stato. Oggi, gran parte dell' attività mineraria è gestita da cooperative di minatori che lavorano in proprio e devono perciò sgobbare parecchio per far quadrare il bilancio famigliare. «Ho 60 anni e trabajo alla Pailaviri da 36 - si sfoga Julian Gomez, affetto come tanti altri da silicosi -: 8 ore al giorno, per un salario mensile di 750 bolivianos (100 dollari, ndr). Appena sufficienti per me e per la mia famiglia, tre maschi e una femmina. Ma alla fine di quest' anno sbaracco e chiudo. Vado in pensione a godermi quel poco di vita che mi resta». Una decisione più che legittima. Se ho ben capito, un minatore può mettersi a riposo quando abbia perso, a causa della silicosi, il 50 per cento delle proprie «capacità polmonari». Ma la pensione per gli inabili, se i dati che ho sottomano sono aggiornati, è una ben misera cosa dopo anni e anni a 300/400 metri di profondità e con temperature a volte asfissianti di 45/50 gradi centigradi. Resto perciò di sasso quando, all' imbocco della miniera di Santa Rita, quattro giovani minatori - ciascuno con già tre anni di sottosuolo alle spalle - affermano con serafico candore che non intendono affatto cambiare lavoro e che gli piace quella vita spesa a raschiare al buio misteriose pareti impregnate d' oro, d' argento o platino o anche di metalli meno scintillanti e nobili. E la silicosi, che colpisce inesorabile dopo dieci anni di soggiorno nelle viscere della terra? Nessuna risposta dai quattro, che si son già messi l' elmetto con la lampadina e rischiano un sorriso. Ma bastano pochi giorni di «villeggiatura» a Potosì per rendersi conto che l' aggiornamento del sistema di lavoro introdotto dalle Cooperative non ha provocato cambiamenti sostanziali nelle condizioni di vita dei minatori: «Siamo rimasti topi di fogna - riflette rassegnato El Oscar, 30 anni alla Rosario Bajo -: nè più nè meno dei nostri antenati del periodo coloniale». Esagerato? I minatori hanno un loro mercato dove fanno acquisti di ogni genere: pietre di acetilene, dinamite, sigarette, sacchetti di foglie di coca. Il quartiere, nella parte indigena della città dove si parla quechua (l' altra è quella coloniale, spagnola), si chiama Il Calvario, perché c' è una chiesetta con lo stesso nome, dove illo tempore i missionari costringevano gli indios a convertirsi. «Nessuno regala niente al minatore - precisa Elena girando tra le bancarelle -: deve comprarsi tutto quanto gli occorre per il suo lavoro: tanti boliviani per la dinamite, per il carburo, per la coca, per gli stivali eccetera...». Tutto il lavoro viene fatto a mano, con l' ausilio di esplosivi e attrezzi primitivi e obsoleti acquistati al Calvario. Ma per i minatori non c' è nulla di più indispensabile delle foglie di coca: «Che per loro - avverte la guida - non è droga. È la sostanza che li nutre e li rinvigorisce e gli permette di affrontare la fatica e la situazione di estremo disagio dei pozzi, dove circolano gas e agenti chimici nocivi e il caldo è spesso insopportabile. La mattina, prima di andare al lavoro, li vedi seduti a masticare coca per un paio d' ore. Se li guardi, puoi notare che hanno una guancia gonfia: lì sotto c' è la "pallottola" verde di coca che vi hanno spinto con la lingua e che provvederà ad "alimentarli" per l' intera durata del turno». Le donne non sono assenti in questo desolato universo maschile, anche se collocate ai margini. Le tradizioni religiose locali hanno sempre sconsigliato la loro presenza nel sottosuolo, perché invisa alla Pachmama, la Madre Terra, e porterebbe «sfortuna». Le vedi a decine sul Cerro Rico, sedute a spaccare con un martello migliaia di pietre, nella speranza di recuperare qualche granello di minerale da vendere al mercato. Sono per la maggior parte vedove di minatori, come Carapita Orcu, 53 anni e quattro figli, che da mane a sera frantuma a martellate quintali di rocce. Quanto guadagna?, le chiedo. «Una sopa por los niños», risponde, una minestra per i bambini. Le chiamano Pailaviri, queste spaccapietre scure di pelle, che pure hanno avuto un ruolo molto importante nel processo di socializzazione del Paese. Come i loro uomini masticano la foglia e di tanto in tanto si concedono una sorsata del peggior liquore in circolazione sulle Ande. Ma il vecchio cronista ricorda che nel ' 32, durante la Guerra del Choco con l' Uruguay, le miniere di Potosì avrebbero chiuso se non fossero state loro, le donne, a scendere nei pozzi. L' ultimo giorno, seguendo le esortazioni di Elena che, nell' attuazione del programma, non concede mai un respiro ai suoi «clienti», ho fatto la conoscenza di un grande personaggio del folclore locale: el Supay, il diavolo, che i minatori chiamano affettuosamente Tio, cioè zio. Poiché l' ambiente dove lavorano ha qualche somiglianza con l' inferno, i «mineros» di Potosì sono convinti che il demonio in persona sia il vero, unico proprietario dei minerali che estraggono e fanno esplodere. Bisogna quindi tenerselo buono. La sua statua è in ogni miniera del Cerro: quella che vedo io è di un diavolo seduto e panciuto, gli occhi neri diabolici, i baffi, il pizzo e un membro di tutto rispetto in superba erezione. Durante la cerimonia, i minatori lo addobbano di coriandoli, gli infilano in bocca sigarette accese, gli spruzzano addosso alcool purissimo dopo aver brindato agli inferi. E infine, soprattutto, lo pregano in coro, anzi lo implorano: caro caro Zio, gridano insieme, noi ti abbiamo irrorato di alcool puro e ora anche tu, Zio zietto padrone dell' inferno, facci trovare la vena più pura, il più puro degli argenti. Non come l' altra volta che... Lo Zio sta fumando e ho l' impressione che pensi ad altro.