Bolivia, Salar de Uyuni e il litio

Inserito il 13 novembre 2008 09.04 da editor

Qualcuno di noi ha avuto la fortuna di visitare questo luogo incantato.

Il Salar de Uyuni è un enorme deserto di sale che, con i suoi 12.000 km², è la più grande distesa salata del mondo. È situato nei dipartimenti di Potosí e di Oruro, nei pressi della città di Uyuni, nell'altopiano andino meridionale della Bolivia, a 3.650 metri di quota.

Si stima che il Salar de Uyuni contenga 10 miliardi di tonnellate di sale di cui meno di 25.000 tonnellate vengono estratte annualmente. È formato approssimativamente da 11 strati con spessori che variano tra i 2 e 10 metri, lo strato superficiale ha un spessore di 10 metri. Rappresenta un terzo delle riserve di Litio del pianeta e importanti quantità di Potassio, Boro e Magnesio.

Sul Corriere della sera c'è questo interessante articolo sulla corsa allo sfruttamento del Litio.

http://www.corriere.it/economia/08_novembre_12/litio_auto_elettriche_df44e39c-b0b2-11dd-939a-00144f02aabc.shtml


LE BORSE E LE SCIMMIE

Inserito il 1 novembre 2008 00.16 da editor

L'editoriale di novembre di Nigrizia

da http://www.nigrizia.it/

In Africa gira una storiella per spiegare alla gente, a digiuno di economia, la frana finanziaria e il crollo delle Borse che hanno travolto il globo. «Un giorno, uno sconosciuto arriva in un villaggio e annuncia agli abitanti che è pronto a comperare scimmie a 10 dollari l’una. Subito, quei paesani vanno in foresta e catturano scimmie a centinaia, a migliaia addirittura. Poco a poco, la popolazione dei primati si assottiglia e i cacciatori devono ridurre il ritmo.

Lo sconosciuto annuncia che, d’ora in poi, pagherà 15 dollari la scimmia. I paesani raddoppiano lo zelo, e così, ben presto, non si trova più una sola scimmia nella foresta. Allora, lo sconosciuto offre prima 20 e poi 50 dollari per animale, avvertendo, però, che deve assentarsi. Sarà il suo aiutante a comperare le loro prede. Questi riunisce la gente e indica le gabbie con le migliaia di scimmie che il padrone ha comperato. “Se le volete – dice – ve le cedo a 35 dollari l’una. Così, quando il mio padrone tornerà, potrete rivendergliele a 50”. Accecati dalla prospettiva dell’arricchimento facile, i paesani vendono i loro beni per riscattare le scimmie. Incassato il malloppo, l’assistente sparisce nella notte. Né lui né il padrone si vedranno più. Nel villaggio, solo scimmie che corrono all’impazzata». Benvenuti nel mondo della Borsa!
Altrettanto amaro è il risveglio per tutti noi, abitanti del villaggio globale, in attesa della resa dei conti. Con la cintura stretta. E con lo sguardo rivolto al crollo rapido dell’unico fondamentalismo accettato come legge divina anche dal laico più sfrenato: il fondamentalismo mercatista. Anche la società della competitività fondata sul consumo e sull’egoismo economico ha esaurito il proprio serbatoio. La finzione è stata smascherata: il libero mercato non è (stato) sinonimo di concorrenza leale. Ha semplicemente consentito – rubando un’espressione a Joyce – alla libera volpe di muoversi in un libero pollaio. E le piume abbondano, come le scimmie della storiella.

Ci ritroviamo, così, tutti più poveri. Ma c’è sempre qualcuno più povero degli altri. Perché a pagare le conseguenze della rincorsa statale al salvataggio del sistema finanziario e speculativo globale sono soprattutto i paesi del sud del mondo e gli strati sociali più deboli del mondo occidentale. Con contraddizioni inaggirabili.
Per anni gli Stati Uniti e le grandi agenzie economiche internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno imposto il loro modello liberista alle economie africane. Hanno preso il megafono e urlato che il libero mercato era l’unico sistema in grado di migliorare le condizioni di vita nei paesi più poveri. Hanno condizionato gli aiuti ai cosiddetti “aggiustamenti strutturali”: meno stato e più liberalizzazioni; altrimenti, niente fondi.
Poi, cos’è accaduto? Che la dottrina è fallita anche in Occidente. E Washington & Co. non si sono fatti scrupoli a nazionalizzare le loro banche, la loro economia, facendo ricadere le perdite sui cittadini inconsapevoli. E il rigore liberista praticato in Africa, spesso con conseguenze disastrose? Capitolo chiuso.

Ma non può essere chiuso il capitolo relativo agli aiuti alla povertà. Perché i miliardi di dollari o di euro che vengono oggi impiegati per tamponare la crisi finanziaria sono sempre stati negati alla lotta alla povertà. Le Monde cita le stime delle ong, secondo cui per sfamare i 923 milioni di esseri umani denutriti oggi nel mondo basterebbero 30 miliardi di dollari l’anno. Meno del 5% della cifra prevista dal primo piano del ministro delle finanze americano, Henry Paulson, per salvare le sue banche (700 miliardi di dollari).

Così, oggi, sono a rischio gli stessi Obiettivi del Millennio. Lo 0,70% del Pil di ciascuna nazione da destinare, entro il 2015, agli aiuti ai paesi in via di sviluppo si profila come mera utopia.
A questa ipotesi se ne affianca un’altra, altrettanto pericolosa: il disimpegno “pubblico” nella lotta alla povertà. Governi e comunità internazionale si ripiegano su sé stessi, relegando solo al privato l’impegno in questa direzione. Come ci ricorda il documento finale degli Stati generali della solidarietà e della cooperazione internazionale, riuniti a Roma a metà ottobre, «ciò vorrebbe dire sancire definitivamente l’inesistenza di una responsabilità pubblica dei paesi ricchi verso quelli impoveriti».
È evidente che pompare risorse pubbliche per lanciare il salvagente al sistema finanziario vuol dire anche togliere risorse al welfare e alle politiche sociali di ogni paese, con l’emersione inevitabile di nuove forme di povertà e di emarginazione.

Gli economisti ci hanno detto che allargare la sfera d’intervento dello stato è l’unico mezzo per scongiurare la catastrofe. Ma il sistema è già entrato nel tunnel dell’assurdo: chi ha speculato e si è arricchito, viene garantito; chi ha subito il sistema, ritorna a essere bastonato.

Martin Luther King

Inserito il 9 aprile 2008 12.32 da editor
Nacque nella città di Atlanta, nello Stato della Georgia, il 15 gennaio 1929. Il padre, Martin Luther King senior, era pastore della Chiesa battista, la mamma una maestra.Nella primissima infanzia il piccolo Martin era solito giocare con i bambini bianchi del quartiere ma, con l'inizio delle scuole elementari, accaddero alcuni fatti incomprensibili che rattristarono il bambino nero: fu escluso dai giochi dei suoi vicini di casa e, addirittura, essi ebbero il severo divieto di parlare con lui. Martin non riusciva a farsene una ragione: non aveva fatto loro alcun dispetto, non li aveva offesi in alcun modo, perché lo allontanavano? Invano la mamma cercò di rasserenarlo parlandogli di cosa significasse essere di colore e vivere in uno Stato del Sud, gli raccontò delle lontane origini africane, della lunga e terribile schiavitù sopportata dalla sua gente, della Guerra di Secessione che aveva dato loro, almeno formalmente, la libertà. Pochi anni dopo, mentre si recava con il padre ad acquistare un paio di scarpe, il commesso vietò loro di entrare dall'ingresso principale perché riservato solo "alla razza bianca" e, con disprezzo, ordinò loro di entrare dal lato posteriore: il pastore King fece osservare che non c'era alcuna differenza di colore tra i suoi dollari e quelli "dei bianchi", ma preferiva andarsene, se non poteva entrare dalla porta principale. Martin era un bambino dall'intelligenza molto vivace, tutte queste circostanze umilianti ed incomprensibili lo portarono a formulare una domanda a cui non trovava una risposta e che non riusciva a porre al padre che lo intimidiva moltissimo: che cosa avevano di diverso i neri dai bianchi? Perché erano obbligati a vivere in condizioni subalterne? Perché erano oggetto di tanto disprezzo?Negli anni seguenti studiò con passione, con rabbia, in scuole rigorosamente segregate, per porre un qualsiasi rimedio a quello stato di cose; sognava di diventare avvocato per essere di aiuto ai suoi fratelli di colore, nell'utopistica idea di una giustizia universale. Durante l'adolescenza, mentre frequentava il "Morehouse College" grazie ad un insegnante, capì l'importanza della religione: solo la fede in Dio permetteva ai fratelli neri di sopravvivere e di credere che "Lassù Qualcuno li amava". Per il giovane questa frase fu una tale rivelazione che, dopo il liceo, s'iscrisse al Seminario di Chester, in Pennsylvania. Completò gli studi e, durante la preparazione della tesi di laurea (conseguita in seguito, all'Università di Boston), conobbe una ragazza, Coretta Scott Young, che studiava canto al New England Conservatory con la speranza di diventare soprano. La giovane donna proveniva da una famiglia di origini modeste (il padre era un falegname) che era stata oggetto di vessazioni da parte di alcune sette razziste; anche Coretta aveva il sogno di poter fare qualcosa per la gente della sua razza. I due giovani s'innamorarono e nel 1953 si sposarono a Marion, città natale della giovane, poi si trasferirono a Montgomery (Alabama) negli Stati del Sud, ove maggiore era l'intolleranza razziale: entrambi erano decisi a lottare per non essere più giudicati inferiori, ma cittadini come gli altri. Martin L. King esclamava: "…L'America è la nostra patria, nell'esercito di George Washington, nella guerra per la nostra indipendenza, c'erano anche cinquemila soldati neri… Perché un essere umano deve essere disprezzato per il differente colore della sua pelle?" Il modello di lotta che ispirava la sua teoria era quello proposto da Gandhi: la non - violenza. Le sue prediche incominciarono a renderlo famoso tra i suoi fratelli di razza e non solo, la sua battaglia per i diritti civili stava attirando un numero di proseliti sempre più numerosi. Nel dicembre del 1955 un fatto, in apparenza banale, dette una svolta alla lotta di King. Un'operaia negra salì su un autobus per tornare a casa: aveva lavorato tutto il giorno ed essendo molto stanca, cercava un posto per sedersi. Essendo occupati tutti i posti riservati ai neri, si sedette su uno, tra i molti rimasti liberi, riservato ai bianchi. Immediatamente le fu imposto di alzarsi, ma lei rifiutò, intervenne il bigliettaio, fu chiamata la polizia e Rosa fu arrestata per essersi seduta su un posto "per i bianchi". Fu la classica goccia che fece traboccare il vaso: King convocò una riunione di tutti i suoi seguaci stanchi di subire soprusi, anche peggiori di quello sofferto dall'operaia. In questa occasione fu lanciata l'idea di boicottare tutti i mezzi pubblici: nessun nero sarebbe salito sull'autobus fintanto che non fosse stata tolta la "spartizione dei sedili". L'iniziativa ebbe un enorme successo: il giorno dopo le vetture pubbliche erano completamente vuote, non solo i neri ma anche i bianchi avevano aderito alla "Lotta non violenta".
La situazione continuò, immutata anche nei giorni seguenti, i mezzi pubblici rimasero vuoti e le autorità non cedevano e, non sapendo come risolvere la questione, citarono in tribunale Martin L. King per "aver danneggiato l'azienda dei trasporti pubblici", ma, mentre stava per iniziare il processo, arrivò la strepitosa notizia: la Suprema Corte degli Stati Uniti d'America aveva dichiarato "illegale" la segregazione praticata negli autobus. Fu un'enorme vittoria per King, ma il suo prezzo fu altrettanto alto: gli fecero esplodere una carica di dinamite davanti alla casa, egli stesso fu preso a sassate, picchiato ed aggredito dai cani della guardia nazionale; fu inoltre arrestato una ventina di volte durante le manifestazioni per la pace e, più di una volta, lo stesso John Kennedy, non ancora eletto presidente, pagò personalmente la cauzione per farlo uscire dalla prigione. Nell'agosto del 1963 Martin L. King guidò un'enorme manifestazione interrazziale a Washington, ove pronunciò un discorso (unendo i criteri della non violenza e ideali cristiani) che iniziava con queste parole "I have a dream…", l'anno seguente gli fu assegnato il premio Nobel per la pace e il papa Paolo VI lo ricevette in Vaticano. Purtroppo però doveva constatare che la lentezza dei poteri pubblici, il costante e profondo razzismo dei bianchi, non solo negli Stati del Sud, continuava ad esasperare i neri che si rivolgevano sempre più alle soluzioni estremiste, a lui ostili e sostenute da nuovi organismi rivoluzionari: i seguaci musulmani di Malcom X, Black Power, Black Panthers. Nel mese di aprile dell'anno 1968 si recò a Menphis per partecipare ad una marcia a favore degli spazzini della città (bianchi e neri), che erano in sciopero. Mentre, sulla veranda dell'albergo, s'intratteneva a parlare con i suoi collaboratori, dalla casa di fronte vennero sparati alcuni colpi di fucile: Martin L. King cadde riverso sulla ringhiera, pochi minuti dopo era morto. Approfittando dei momenti di panico che seguirono, l'assassino si allontanò indisturbato. Erano le ore diciannove del quattro aprile. Pochi giorni dopo, ad Atlanta, si svolsero le esequie di King, a cui intervennero migliaia di persone, tra le quali Marlon Brando e Nelson Rockefeller. Il killer fu arrestato a Londra circa due mesi più tardi, si chiamava James Earl Ray ed aveva già dei precedenti per rapina, alcolismo e spaccio di dollari falsi. Al processo fu condannato a novantanove anni di reclusione, ma, qualche anno dopo, riuscì ad evadere. Dopo essere stato catturato nuovamente, rivelò che non era stato lui l'uccisore di Martin Luther King, anzi sosteneva di sapere chi fosse il vero colpevole. Nome che non poté mai fare perché venne accoltellato la notte seguente nella cella in cui era rinchiusoAncora oggi il mistero rimane insoluto, alcuni sostengono che ci siano troppe analogie tra il caso King ed il caso Kennedy per trattarsi solo di semplici coincidenze; comunque, il o i colpevoli se sono ancora vivi, continuano ad essere sconosciuti.*****************Alcune frasi La chiesa non è la padrona o la serva dello stato, ma la coscienza dello stato. La non-violenza è la risposta ai cruciali problemi politici e morali del nostro tempo; la necessità per l'uomo di aver la meglio sull'oppressione e la violenza senza ricorrere all'oppressione e alla violenza. L'uomo deve elaborare per ogni conflitto umano un metodo che rifiuti la vendetta, l'aggressione, la rappresaglia. Il fondamento d'un tale metodo è l'amore. Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d'animo.L'amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo. Abbiamo conquistato il cielo come gli uccelli e il mare come i pesci, ma dobbiamo imparare di nuovo il semplice gesto di camminare sulla terra come fratelli. Alla fine, ricorderemo non le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici. Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti. L'ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia, ovunque. La questione non è se saremo degli estremisti, ma quale tipo di estremisti saremo. Niente al mondo è più pericoloso di una sincera ignoranza e di una stupidità cosciente. Non ci può essere profonda delusione dove non c'è un amore profondo. Una rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato. Quando gli uomini hanno paura non fanno niente, rimangono soli, indifesi, spaesati, lasciandosi travolgere dagli eventi. Ma quando si arrabbiano, allora sì che si danno da fare per cambiare le cose. Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere, poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita. Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l'odio. La violenza aumenta l'odio e nient'altro. Sii sempre il meglio di ciò che sei. La mia libertà finisce dove comincia la vostra. Non è grave il clamore chiassoso dei violenti, bensì il silenzio spaventoso delle persone oneste. Potrò essere crocifisso, potrò anche morire, ma voglio che i miei fratelli dicano:"è morto perché io sia libero". Se non potete essere una via maestra, siate un sentiero. Se non potete essere il sole, siate una stella. Cercate di essere sempre il meglio di qualunque cosa siete.La vigliaccheria chiede: è sicuro? L'opportunità chiede: è conveniente? La vana gloria chiede: è popolare? Ma la coscienza chiede: è giusto?Non ho paura della cattiveria dei malvagi, ma del silenzio degli onesti.Dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli o periremo insieme come stolti.La pace non è solo un fine remoto da raggiungere, ma un mezzo per raggiungere quel fine.La più grande debolezza della violenza è l'essere una spirale discendente che da' vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica... Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l'odio.
Infatti la violenza aumenta l'odio e nient'altro... Restituire violenza alla violenza moltiplica la violenza, aggiungendo una più profonda oscurità a una notte ch'è già priva di stelle. L'oscurità non può allontanare l'odio; solo l'amore può farlo.