Leggo da una agenzia stampa, penso sconosciuta: “la Birmania è ormai una prigione a cielo aperto dove migliaia di monaci buddisti, processati sommariamente, dopo le proteste pacifiste, languono in campi di rieducazione che rievocano tristi memorie” (cooperazione italiana allo sviluppo, 22/10/07)
I monaci sono “spariti” perchè processati, ma sembrano “spariti” anche da giornali e tv. Insieme ai monaci,già non fanno più notizia nemmeno tutte quelle persone che sono scese in piazza in modo pacifico per protestare contro la dittatura. Abbiamo voluto dedicare queste pagine iniziali di compartir proprio a loro, ai monaci buddisti, attraverso un articolo scritto da Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, per “la stampa”
Leggerlo vuol dire ricordare e tenere viva la memoria di questi uomini pacifici, ma determinati e coraggiosi. Leggerlo vuol dire fare memoria di un popolo che stanno lottando da non violenti contro una dittatura.
Enzo Bianchi ci aiuta ne suo articolo a comprendere come la vita di un monaco, di questi monaci non è solo legata alla solitudine. Essi infatti sono profondamente dentro la storia della loro gente e ne condividono ogni vicenda, anche la più tragica, o, come dice Enzo Bianchi, nel suo articolo: “essi manifestano anche per noi, avvolti nella miope opulenza del nostro occidente malato di mancanza di senso”
File interminabili di monaci che camminano silenziosi e risoluti in mezzo a due ali di folla con le loro teste rasate e gli abiti cremisi e arancioni; monaci accovacciati inermi di fronte a militari in assetto antisommossa; bocche abituate al silenzio coperte da mascherine antilacrimogeni; monaci anziani e giovani feriti, uccisi, imprigionati, bastonati... Il mondo sembra scoprire tragicamente solo in queste ore un intero paese e, al cuore di esso, i suoi monaci. E, stupito, si chiede quale forza interiore li muova e faccia di loro una leva cui si affida per il proprio riscatto un popolo vessato da un regime dittatoriale. Persone che noi frettolosamente giudichiamo “fuori dal mondo”, distaccate dalle ambizioni e dalle preoccupazioni che abitano i loro contemporanei, si rivelano le più capaci di cogliere le radici di un disagio e di una insostenibilità della vita, quelle maggiormente in grado di dare voce – paradossalmente attraverso il silenzio – al grido soffocato dell’oppresso, di farsi carico della sofferenza e della dignità di un’intera nazione. Di loro ci accorgiamo solo in situazioni estreme, come ai tempi dei bonzi che si davano fuoco in Vietnam, della precedente rivolta in Birmania o della resistenza e dell’esilio dei lama tibetani, icona di un popolo martoriato; oppure li confiniamo in un fascinoso mondo poetico, come i protagonisti de l’Arpa birmana o del più recente Primavera, estate, autunno, inverno ... e ancora primavera. Eppure essi sanno cogliere con estrema concretezza ciò che ai più sfugge: la radice ultima delle cose.
Questo dipende indubbiamente da alcune caratteristiche proprie del buddhismo e dei suoi monaci: una via “monastica” nella sua essenza e struttura, al cui interno ogni giovane è invitato a trascorrere un tempo come monaco nel proprio percorso di formazione umana; una società dove la gente normale incontra ogni giorno sul proprio cammino i monaci che, in silenzio, nella fiducia e nell’abbandono alla generosità dell’altro, chiedono per strada una ciotola di riso, nutrimento per loro sì, ma soprattutto occasione per il donatore di perseguire la rettitudine della propria vita. Non a caso abbiamo visto in questi giorni immagini di monaci che tenevano ostentatamente rovesciata la propria ciotola, in segno di estrema protesta, come a dire: noi siamo disposti a privarci del cibo, ma priviamo nel contempo questa società ingiusta della via maestra per compiere un’azione meritoria.
“Compito peculiare del monaco – scriveva Merton, un monaco d’occidente così familiare al monachesimo buddhista – è tener viva nel mondo moderno l’esperienza contemplativa e mantenere aperta per l’uomo tecnologico dei nostri giorni la possibilità di recuperare l’integrità della sua interiorità più profonda”. Sì, il monachesimo è controcultura, cioè cultura altra, minoritaria ma, proprio per questo, capace di svolgere un ruolo determinante ed efficace nel lungo termine. Allora, non chiediamoci per chi e perché manifestano i monaci birmani: essi manifestano anche per noi, avvolti nella miope opulenza del nostro occidente malato di mancanza di senso.