Siate cattivi a Natale, buoni tutto l'anno

Inserito il 20 dicembre 2007 10.23 da editor

L'esortazione di un barbone senza tempo,  in rappresentanza degli innumerevoli poveri  "sassati e castrati", all'uomo satollo di  benessere ma impregnato di disperazione,  nell'imminenza delle festività natalizie.   

E' ora di dire basta - scriveva don Tonino  Bello - alla strizzatina di buoni sentimenti che  vien fuori dalla torchiatura del nostro cuore".  Un invito ad uscire dall'autogratificazione delle  elemosine natalizie e dal sonnolento tepore  delle nostre vite tranquille ed indifferenti, per  cambiare gli stili di vita consolidati ed impegnarci  a non "fabbricare nuovi poveri". 

E' capitato all'autore di un libro, scrittore di cui  purtroppo non ricordo il nome, camminando  per le strade di una grande città addobbate e  scintillanti per le imminenti festività natalizie,  di imbattersi in un poveruomo, un barbone,  seduto sul marciapiede accanto alla porta di  una boutique di lusso. L'uomo aveva tra le  mani un cartello con su scritto: "Siate cattivi a  Natale, buoni tutto l'anno". Una frase inconsueta,  con il chiaro obiettivo di provocare, di  infastidire i passanti; ultimo disperato tentativo  di far breccia nelle loro esistenze refrattarie  alle richieste dei propri simili nel bisogno.  A Natale, lo sanno anche i bambini, si ha il  dovere di essere buoni, di dare fondo agli esuberi  del nostro buon cuore, di pensare un  po' agli altri, ai poveri, agli sventurati della terra,  a tutti coloro che, continuamente "sassati e  castrati", sono fuori dal nostro universo di lussi  e privilegi. In prossimità delle feste natalizie  riemergono dai recessi sinuosi delle nostre  coscienze sopite parole inflazionate, svuotate  di senso: bontà, amore, solidarietà, altruismo.  E ci ritroviamo, al tepore delle serate in famiglia  a contemplare, con occhi pieni di compassione,  un Gesù Bambino nudo, al freddo di  una grotta, nel tentativo, peraltro vano, di rimuovere  i sensi di colpa per esserci anche  quest'anno impegnati a "fabbricare i poveri":  una sorta di auto-catarsi di un anno di cattiverie. 

A Natale imperversa in tv la sindrome solidaristica.  Una serie di programmi ci invitano ad essere buoni, a dare qualche spicciolo delle  tredicesime dei nostri stipendi multipli in elemosine  a chi è più sfortunato di noi. Dopo le  gozzoviglie dei cenoni natalizi, suvvia, dobbiamo  anche essere generosi! 

Che senso ha questo esercizio ipocrita di una  solidarietà ad orologeria imposta dalle scadenze di calendario? Che farsene della posticcia  bontà natalizia, dei regali, degli auguri  e dei sorrisi di circostanza quando non operiamo  ogni giorno per costruire un mondo migliore  per tutti? Quando tutto l'anno la nostra vita  è stata totalmente assorbita dall'idolatria delle  cose, dagli affanni del possesso e dalla devozione  all'estratto conto bancario che senso ha  la bontà di un giorno, il dare ciò che ci sopravanza,  per poi rituffarsi nell'indifferenza?  Festeggiamo il natale del Gesù Bambino e  non vediamo l'immensa tragedia dei poveri  del mondo, i milioni di bambini che ogni anno  muoiono di fame, di malattie assolutamente  curabili o di diarrea. Basterebbe così poco per  far cessare le loro sofferenze. Si è calcolato  che, se la popolazione del Nord del mondo  rinunciasse per dieci anni a bere la birra e devolvesse  i soldi così risparmiati per interventi  mirati nei paesi del sottosviluppo, la fame nel  mondo in dieci anni sarebbe sconfitta. Questo  in teoria. La realtà è ben diversa. Il nostro egoismo  vieta di farci idee sconvenienti che posano  turbare il piatto fluire delle nostre vite  tranquille. L'autogratificazione delle elemosine  natalizie, la sonnolenta tranquillità delle nostre  vite e il colpevole silenzio sull'ingiustizia, sovrani  per tutto il corso dell'anno, sono la più  alta forma di cattiveria verso i poveri. Le nostre  gioie preconfezionate, l'albero natalizio -  simbolo del consumismo - le inutilità chiamate  regali, le abbuffate mangerecce sono un pugno  nello stomaco, una beffa per i poveri della  terra ?. 

"E' ora di dire basta - scriveva don Tonino  Bello - alla strizzatina di buoni sentimenti che vien fuori dalla torchiatura del nostro cuore".  Spero che l'esortazione risentita di quel barbone senza tempo "siate cattivi a Natale, buoni tutto l'anno" un giorno, ahimè ancora lontano, trovi compimento nella realtà: il mondo intero ce ne sarebbe grato.

Don Tonino Bello

(Nato ad Alessano (Lecce) il 18 marzo 1935, Antonio Bello rimarrà sempre, anche quando sarà Vescovo,” don Tonino. Figlio di un maresciallo dei carabinieri e di una donna semplice e di grande Fede, trascorre l’infanzia in un paese ad economia agricola ed impoverito dall’emigrazione. Assiste alla Morte dei fratellastri e del padre. Comunione, evangelizzazione e scelta degli ultimi sono i perni su cui svilupperà la sua idea di Chiesa (la “Chiesa del Grembiule”) Lo troviamo così assieme agli operai delle acciaierie di Giovinazzo in lotta per il lavoro, insieme ai pacifisti nella marcia a Comiso contro l’installazione dei missili, insieme agli sfrattati che ospiterà in episcopio .)

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