Inserto speciale sul Kenya

Inserito il 8 febbraio 2008 11.59 da editor

Abbiamo ricevuto un’importante testimonianza da parte di don Gigi Airoldi, parroco di Campagnola,sulla grave situazione che si sta verificando in Kenya; abbiamo ritenuto opportuno riportarla integralmente preceduta da alcuni cenni di cronaca di questi ultimi giorni. 

La violenza in Kenya non accenna a diminuire: ogni giorno si registrano nuovi scontri e nuove vittime. La regione più turbolenta è sempre quella della Rift Valley: tra le città di Nakuru, dove ieri sono 19 persone, di cui la maggior parte bambini, sono morti nell’incendio della loro casa, Kisumi, dove la polizia ha sparato contro la folla per disperdere i manifestanti, e a Kiptangwany, ci sono stati nuovi violenti scontri etnici tra kikuyu e luo, oltre cento le vittime negli ultimi 3 giorni . Questa mattina due elicotteri militari hanno sparato sulla folla a Naivasha, nel tentativo di contenere gli scontri etnici. Non ci sono segnalazioni di vittime, quindi sembra accreditata l’ipotesi dell’uso di proiettili di gomma da parte della polizia.

Ecco la Testimonianza di Don Airoldi:

Anzitutto due notizie spiccie sul Kenya. Ci troviamo all'Equatore. La superficie dell'intero paese è pressoché  doppio dell'Italia.

Gli abitanti invece sono la metà dei nostri: circa trenta milioni. Fino al 1963 è stato colonia inglese e a quell'anno risale l'indipendenza. Le lingue nazionali sono due: l’inglese e il visuali, ma poi esiste la babilonia delle lingue che sono tante quante le tribù che incarnano ciascuna un ceppo genetico specifico. La capitale, Nairobi, conta quattro milioni di abitanti: due della "Nairobi bene"e due di “baraccati".

Il 25 % della popolazione keniota è cattolica, un altro 25% è animista, il18% musulmana, mentre il resto appartiene a diverse sette. La mia è stata una esperienza breve ma intensa, vissuta non dal punto di vista del turista ma del missionario incontrando la gente comune coi suoi bisogni, i suoi limiti e lati positivi, i suoi drammi e speranze…

L’occasione è stata la visita a una suora comboniana cui sono legato da una antica amicizia: visto l’ordine religioso cui appartiene, quello dei Comboniani, occorre sapere chi era il fondatore per capire il significato del lavoro portato avanti da queste suore missionarie!

Daniele Comboni nasce a Limone del Garda nel 1831. Unico sopravvissuto di 8 fratelli, diviene sacerdote nel 1854 a Trento. Nel 1857 all'età di 26 anni parte per l'Africa con altri 4 sacerdoti raggiungendo Karthoum dopo 4 mesi. Nel 1864 rientra solo a Roma: i suoi tre compagni sono morti in missione. La missione è una specie di sfida al limite del possibile per i primi sacerdoti che vanno in Africa: molti muoiono sul posto (vittime delle malattie o dell'ostilità degli indigeni) e molti altri una volta a casa non vogliono più rientrare in Africa tanto sono le prove fisiche e morali cui dovettero sottostare... Daniele è preoccupato di tutto questo e sulla tomba dell'Apostolo cerca una ispirazione che gli permetta di superare questo grave empasse. A quanto pare San Pietro non si fa pregare e Daniele ebbe l'ispirazione che l'Africa doveva essere salvata con l'Africa, e cioè che il successo del riscatto morale e sociale di questo continente non poteva essere legato alla semplice iniziativa umanitaria del missionario, ma doveva coinvolgere in prima persona i suoi abitanti in qualità di protagonisti del proprio cammino di "redenzione”. Al missionario quindi il compito di creare le condizioni di un simile processo assistendo, consigliando e responsabilizzando la popolazione del luogo. Vogliamo far notare la genialità di una siffatta intuizione anche in rapporto ai tempi in cui è nata: siamo nel lontano 1864 e ciò ci permette di dire che Daniele non era solo un bravo sacerdote e missionario ma anche un vero e proprio profeta. Nel 1867 Daniele fonda i Comboniani e nel 1872 le Pie Madri della Nigrizia (le suore comboniane) e la rivista Nigrizia. Partecipa al Vaticano I e chiede l'evangelizzazione dell'Africa centrale. Il Papa gliela affida e lo fa vescovo dell'Africa centrale nel 1877. L’altro aspetto profetico di Daniele fu la sua lotta contro la piaga della schiavitù che lo impegnò fino alla sua morte avvenuta a Karthoum nel 1881. Danielevene dichiarato santo da Giovanni Paolo II nel 2003.

L'undici maggio del 1873 Daniele ebbe a scrivere: “L’Africa è stata il mio primo amore, la mia giovinezza e oggi ritorno tra voi per essere tra voi per sempre; il bello e il brutto vostro saranno il mio, le vostre sofferenze saranno le mie, farò causa comune con ciascuno di voi e il giorno più bello sarà quando darò la mia vita per voi".

Il mio viaggio mi ha permesso di visitare alcune missioni poste sull'asse Nord-Sud del Kenya da Nairobi fino a Marsabit, città del Nord del Kenya. Come già accennato la popolazione è suddivisa in tante tribù con caratteri somatici diversi. Siamo quindi di fronte a culture tribali e per la maggior parte di esse vige lo stato del Nomadismo o del seminomadismo. Gli animali sono la ricchezza di queste popolazioni e da esse dipende letteralmente la loro sopravvivenza: si tratta di dromedari e di capre. Ho avuto modo di visitare i villaggi di quattro tribù: Masai, Gabra, Rendille e Borana. E in questa breve ma intensa esperienza ho avuto modo di percepire alcune caratteristiche culturali che li distinguono profondamente da noi. Anzitutto l’essenzialità. Il vivere nel deserto dove anche un bene di prima necessità come l’acqua è un lusso, il dover stare tutti gli oggetti domestici – capanna compresa- sulla gobba di un dromedario nei lunghi spostamenti che il nomadismo e la legge dei pascoli impone riduce all’essenzialità la dipendenza dalle cose. Dalle cose che invece nella nostra civiltà consumistica occidentale rischiano di divenire uno degli scopi se non lo scopo principale del vivere. Poi la consapevolezza vissuta della precarietà della vita: lo stato quasi primitivo di vita e il suo essere strettamente legata alla natura e agli eventi naturali fa loro accettare la morte come parte integrante della vita e anche in questo dimostrano una sapienza che sconcerta non poco la cultura occidentale che invece sta operando una rimozione profonda del discorso della morte e del suo senso.

Un’altra grande differenza si gioca nella percezione e concezione del tempo. Il ritmo lento della vita nel deserto permette loro di dare alle relazioni e alla cura delle stesse la pienezza del loro significato conferendo a alla socialità e all’espressione istituzionale della stessa (la tribù e il clan) un ruolo chiave.

Altra cosa che colpisce solitamente il visitatore occidentale dell’Africa e che lo colpisce ancora di più quando verifica le condizioni di precarietà della vita di queste persone è il loro sorriso, soprattutto sul volto dei bambini. Tale sorriso a noi occidentali abituati a dominare la realtà e le sue condizioni con uno sguardo sempre spinto in avanti, sul futuro, le sue condizioni e possibilità risulta semplicemente inspiegabile se non parossistico. Ci verrebbe da dire: ma cosa ridono che non hanno niente e neppure il futuro davanti a sé? Ma anche qui entra in gioco la concezione del tempo e l’abisso culturale che li separa da noi: l’africano non vive mai proiettato nel futuro (proprio a causa della precarietà dello stesso), l’africano vive il presente e l’attimo di gioia e pienezza della vita che il momento presente gli offre anche nello sguardo, la parola, la visita inattesa di chi gli sta di fronte. Loro (gli africani) che (almeno secondo i nostri criteri) non hanno niente vivono il presente.

Ciò che manca a noi che abbiamo tutto, soprattutto il futuro (stabilità, pensioni, assistenza, assicurazioni, lavoro) e poi ci sfugge l’unico momento che realmente si vive (il presente) e sembra che le “cose” ci abbiano rubato l’anima. Dall’incontro coi tanti missionari ho avuto modo anzitutto di toccare con mano la dimensione ecumenica della Chiesa: padre Huber tedesco, padre Jhon cinese della Chiesa del silenzio, padre Albert portoghese, padre Rinino italiano "fidei donum" di Alba, Simplicio fratello laico filippino, etc... Tutto il mondo in “pochi" chilometri quadrati (sia pure quelli sconfinati del deserto o della savana africana!).

Ciò arricchisce molto e aiuta a relativizzare i propri punti di vista e il proprio piccolo mondo. Le suore vivono in comunità ma i missionari spesso sono soli nei luoghi di missione immersi in una cultura così lontana dalla nostra. Per questo vivono certo un’esperienza esaltante ma anche di grande solitudine e difficoltà che spesso si trasforma in una prova. Per tale motivo difficilmente un missíonario è una persona insignificante: il carico di esperienze, di prove, di solitudine, di umanità incontrata amata e desiderata (la "vocazione" ...) ma spesso fonte di grandi sofferenze e frustrazioni fa anzitutto di loro stessi il primo terreno di conquista dell'esperienza missionaria sicchè conquistare gli uomini a Dio significa anzitutto inevitabilmente conquistare sé a Dio. Tali persone hanno sempre qualcosa da trasmetterti, qualcosa che porta in sé l’autorevolezza di un lungo travaglio interiore.

Lo intuisci subito: la cosa strana è che dopo un po’ che ci parli insieme con tanti di loro ti senti libero di raccontarti anche negli aspetti tuoi personali più deprecabili (come e meglio che in una confessione) perché sai che la loro missione li ha già fatti scontrare con la propria parte oscura anche attraverso la parte oscura degli altri e che se sono lì è semplicemente perché credono ancora nella misericordia di Dio più che in se stessi e in ogni altra cosa.

Con tutto ciò in questa breve esperienza ho avuto modo anche di intuire alcuni innegabili rischi legati all’azione evangelizzatrice di oggi.

Alcuni fra i tanti: quello ad esempio di pensare o di agire come “esseri” superiori rispetto a loro (per il carico di civiltà e di conoscenze tecnologiche che abbiamo alle spalle e “portiamo” loro…); quello – nolenti o volenti- di associare la nostra figura di missionari ai soldi e al potere a questi legato…Ciò ci fa capire che l’intuizione di Daniele di salvare l’Africa con l’Africa è ancora in gran parte un programma… Altra ambiguità dell’azione missionaria è costituita dal fatto che la scelta religiosa (vocazionale) in Africa è strettamente legata ad una emancipazione sociale, non dobbiamo dimenticarlo, e questo causa non poche “complicazioni” e “controindicazioni…”: quanto c’entra l’amore per Dio e il prossimo e quanto invece il desiderio (pur legittimo) di un riscatto sociale…

In mezzo alle “controindicazioni” ho notato però anche delle cose molto belle che – mi pare sia una costante- si realizzano soprattutto quando il prete missionario più che “fare” e “portare cose” (anche buone, intendiamoci bene) condivide la vita della gente anche nella sua essenzialità e povertà…La gente allora crede di più al Vangelo perché vede nel missionario un compagno di viaggio più che uno “stregone” o un “factotum” o una facile occasione di emancipazione sociale… Mi ha fatto specie vedere padre Rinino (in un villaggio nel deserto a Bubisa) ridere con gli anziani (anche donne) del villaggio e farsi gli scherzi esattamente come si fa coi bambini, vedere che dopo più di 40 anni di presenza missionaria di un certo stile tutti -dal più giovane all’anziano- lo considerano come un Papà, persone così distanti ma anche così vicine… anche questo è un miracolo del vangelo. Mi pare comunque di aver capito che le contraddizioni più grosse sono create dall’inevitabile incontro che diviene anche uno scontro di due culture: la nostra occidentale che – è inutile negarlo- ha la supponenza di essere e credersi la migliore e la loro ancora tribale. La cultura occidentale liberale e consumista porta non poco scompiglio in mezzo a queste popolazioni di pastori nomadi.

Così ad esempio ciò che appare come una conquista sociale notevole (la scuola primaria gratuita da tre anni a questa parte) in un paese che non offre opportunità di lavoro rischia di trasformarsi ben presto in un fattore che aumenterà di molto l’instabilità sociale e la violenza… Attraverso la scuola infatti i ragazzi conoscono un mondo – il nostro- che non gli appartiene (loro vengono da una cultura tribale) e che non sanno gestire nelle sue libertà. Per loro questo mondo che si rispecchia nella Nairobi bene di due milioni di privilegiati rischia di diventare un miraggio irraggiungibile e un fattore grave di destabilizzazione sociale poiché il risultato finale della scuola è che non si sentono più né carne né pesce, non vogliono più (giustamente) tornare al villaggio, alla sua vita e alle sue leggi (facendo semplicemente i pastori a vita) ma d’altra parte non hanno neppure la possibilità di un riscatto sociale all’occidentale poiché in Kenya non c’è sbocco sociale e lavoro che per pochissimi…Tutto ciò nel giro di pochi anni rischia di creare una situazione a dir poco esplosiva con migliaia e migliaia di giovani “disadattati” che reclameranno in ogni modo per sé una possibilità di vita che non esiste. È fin troppo facile immaginare che cosa potrebbe accadere. In tutto questo l’occidente per l’Africa ha svolto e continua a svolgere un ruolo alquanto ambiguo, lo sappiamo. E per l’avventura colonialistica e per gli interessi che ancora continua a difendere nel continente con le politiche delle multinazionali presenti in loco e degli organismi internazionali come la Banca mondiale e il WTO, L’Organizzazione Mondiale del Commercio e anche sempre più spesso attraverso le ONG, Organizzazioni Non Governative.

Ancora oggi molti aiuti a pioggia dati all’Africa fanno più male che bene agli africani perché li mantengono nella dipendenza, impediscono un loro sviluppo e contraddicono al principio di Daniele Comboni di salvare l’Africa con l’Africa. Così ad esempio in un villaggio vicino a Marsabit, precisamente a Dubbgoba ho visto il missionario, padre Rinino, caricare sul Pik-up un sacco di grano comprato a una famiglia locale che non riusciva più a venderlo dopo averlo coltivato perché gli aiuti costanti a pioggia del governo e dell’occidente annullavano di punto in bianco lo scopo del loro lavoro e del riscatto sociale e della dignità della persona a questo legato. In compenso il padre missionario mi faceva notare come in loco oramai da più anni trionfava una monocultura: quella della “Mirà” che è una droga che oramai è divenuto l’unico prodotto che hanno la certezza di vendere sul mercato.

Concludo la mia carellata di riflessioni su questa esperienza con un episodio capitatomi a Hula Hula, anche questo villaggio nei pressi della città di Marsabit. Visito il villaggio accompagnato da un altar-boy (che significa: chierichetto) chiamato Paul. Vedo la sua capanna poverissima e la sorellina con una evidente e devastante infezione agli occhi e la pancia gonfia. Lei rimane nella capanna. Terminato il giro io chiedo al ragazzo che cosa vuole fare da grande, ed egli letteralmente mi risponde: se Dio vuole il medico e il missionario. A undici anni Paul dice: “se Dio vuole”!!!. In quella risposta manco a dirlo leggo da una parte la sua apprensione nel non poter fare nulla per la sorellina e dall’altra il desiderio domani di poter fare qualcosa per gli altri come evidentemente il missionario fa per lui e il suo villaggio. La sua risposta aveva tutto il sapore di una confessione di fede che si poteva fisicamente cogliere nel modo con cui diceva quelle parole prima ancora che dal contenuto. In Africa ci sono stato per poco tempo ma tanto mi è bastato per confermarmi nella convinzione che il Vangelo non è altro che questo. La sfida caparbia e sofferta di chi crede per grazia di Dio che gli uomini sono tutti fratelli e figli di un unico Padre. Il nostro primo contributo all’Africa è di riconoscere che da essa abbiamo anzitutto ancora molto da imparare, che la condivisione è la prima verità del Vangelo che si incarna in una cultura diversa e che la Carità di cui l’Africa necessita non è più quella dell’elemosina ma del creare le condizioni di una giustizia che siano il presupposto per un riscatto sociale e morale che abba l’Africa e l’africano come suoi insostituibili attori.

P.S.: Un suggerimento: se qualcun  volesse cimentarsi in una simpatica lettura che gli permetta di capire con poco sforzo e in maniera molto concreta che cosa possa significare oggi essere missionario fra le tribù nomadi dell’Africa, gli consiglio il diario di Pietro Gallo sacerdote “fidei donum” in Kenya per la diocesi di Torino negli anni dal 1981 al1992. Il libro che costa 9 euro e 50 si intitola “L’Africa dentro di me”. È edito dalla casa editrice Priuli & Verlucca. Lo si può ordinare via posta direttamente alla Casa editrice telefonando al numero 0125-712266.

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agosto 20. 2008 14.08